Oggi l’Inauguration Day di Joe Biden. L’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, già ministro degli Esteri, spiega perché una comune piattaforma euroatlantica sulla questione iraniana è interesse prioritario e urgente anche per l’Italia

L’insediamento della nuova amministrazione democratica con il presidente Joe Biden segna una netta svolta per diversi importanti aspetti della politica estera americana, oltre che per la lotta a una pandemia che rappresenta la prima, immediata, gigantesca sfida nei “primi cento giorni”.

Secondo i dati della John Hopkins University, 24 milioni di americani ne sono stati colpiti, pari al 9% della popolazione americana; 16 milioni sarebbero stati infettati solo nelle ultime sei settimane. Preoccupano molto le mutazioni del virus constatate negli Stati Uniti come in altri Paesi (Regno Unito, Sud Africa, Giappone, Brasile, Cina per quanto se ne può sapere data la ferrea censura).

Biden ha annunciato un’azione radicale contro la pandemia: un milione di vaccinazioni al giorno per tutti primi cento giorni; obbligo di mascherine negli spazi federali; numerose misure di contenimento.

Dal 20 gennaio, cambiano radicalmente paradigmi, forme di comunicazione, priorità nell’affrontare la pandemia, così come le sfide globali del clima, dell’ambiente, delle migrazioni e di molte questioni sociali.

Novità significative riguardano certamente la politica estera e di sicurezza. Ne sono state già annunciate molte durante la campagna presidenziale. Esse sono stati pienamente confermate dalle nomine annunciate di personalità autorevoli ai vertici di amministrazione e agenzie chiave per le relazioni internazionali e per la sicurezza degli Stati Uniti: dalla Casa Bianca al dipartimento di Stato, dalla Cia al Pentagono, dalla Giustizia alla Homeland security. I neo-nominati, diversi dei quali dovranno essere confermati dal Senato, portano una loro vasta esperienza negoziale, insieme a convinzioni maturate negli anni di Barack Obama e ribadite anche pubblicamente nell’ultimo quadriennio.

È quindi agevole prevedere che tornerà alla ribalta un’enfasi sul multilateralismo: sia come metodo operativo; sia nella partecipazione e nel sostegno, pur critico in casi come Oms e Wto, alle organizzazioni internazionali.

Muteranno certamente i toni, anche se non sempre la sostanza, del rapporto con l’Europa. I nodi irrisolti di importanti questioni che riguardano l’industria automobilistica, aeronautica, la tassazione delle multinazionali Ict, il contributo finanziario alla Nato e le politiche di difesa, sono tutte questioni destinate a rimanere nell’agenda euroatlantica.

Pure da seguire attentamente sarà l’evoluzione del rapporto con la Russia: soprattutto per quanto riguarda un’aumentata trasparenza, anche nei confronti degli europei, circa tutti gli aspetti delle relazioni tra Casa Bianca e Cremlino. Potremo attenderci toni forse diversi, ma è certamente prevedibile una continuità di sostanza nell’impostazione preoccupata e ferma dell’America nei confronti della Cina. Anzi, la tendenza di Biden a facilitare aggregazioni e alleanze tra le democrazie liberali dell’Occidente, più volte manifestata durante la campagna elettorale, dovrebbe sollecitare gli europei a cogliere immediatamente l’opportunità di una concreta intesa euroatlantica sulla strategia verso la Cina. Si devono evitare errori autolesionisti come quelli fatti da Angela Merkel e Ursula von der Leyen che hanno insistito e praticamente imposto all’Unione europea una frettolosa e incomprensibile firma dell’Accordo sugli investimenti che era congelato da sette anni.

Correzioni di rotta riguarderanno certamente l’insieme della politica estera statunitense. Queste non trascureranno certamente il Medio Oriente. Tuttavia, per quanto concerne l’Iran, diversi interrogativi si pongono circa una reale volontà di Biden e dei suoi principali collaboratori, a ripercorrere il tracciato segnato dalla presidenza Obama con l’accordo nucleare del 2015 (Jcpoa). Infatti, nell’ultimo quadriennio e ancor più negli ultimi mesi, gli scenari di fondo sono considerevolmente cambiati. Da un lato siamo in una realtà ben diverse rispetto al 2015. Le condizioni che devono essere valutate approfonditamente dalla nuova amministrazione, riguardano priorità e tempi di una eventuale trattativa con il regime iraniano. Sono sorte nuove opportunità con gli accordi di pace di Abramo che offrono un’occasione decisiva per la stabilità e la pace della regione, il suo sviluppo economico e il progresso economico, culturale e sociale dell’intera area.

In un contesto di crescenti minacce iraniane alla sicurezza internazionale, e soprattutto allo Stato di Israele, anche il ruolo del Congresso e dell’opinione pubblica americana è destinato ad avere un peso significativo.

A tale riguardo, vi sono tre elementi, che tra gli altri, entrano in gioco. Primo: Biden ha dichiarato che vorrebbe un vero e proprio trattato, non soltanto un plan of action. Questo passaggio è fondamentale, sia perché gli iraniani non vogliono nulla di più vincolante del Jcpoa, e tanto meno un Trattato ratificato da tutti i firmatari. Ma la ratifica di un testo del genere al Senato, dove la maggioranza democratica è di un solo voto, potrebbe dare diverse sorprese. Secondo: Da non sottovalutare sono le voci critiche sul Jcpoa anche in seno alla maggioranza democratica, come quelle dei senatori Chuck Schumer, Bob Menendez e Joe Manchin che cinque anni fa si opposero al Jcpoa e alle sue “deboli” clausole. L’esperienza dell’accordo nucleare con l’Iran ha dimostrato la difficoltà di sottoporre alla ratifica del Senato accordi che non abbiano un ampio sostegno sia in campo democratico che repubblicano. Di più, i lavori del Senato saranno inevitabilmente ingolfati per alcuni mesi – impeachment e pandemia – e una questione di questa natura sarebbe tra le prime a slittare. Il terzo punto riguarda non soltanto il quadro generale degli Accordi di Abramo, ma anche le imminenti elezioni in Israele e nell’Autorità palestinese (a giugno le politiche, a luglio le presidenziali). Vi sono quindi molteplici fattori di politica interna nella regione che sconsigliano da un lato, decisioni affrettate da parte di Washington, e dall’altro si collegano a un positivo consolidamento di alleanze tra i Paesi arabi del Golfo alcuni altri del Mediterraneo e dell’Africa, in funzione di contenimento dell’Iran.

Tutto questo esige una ponderata valutazione da parte della Casa Bianca. Tra l’altro, il regime iraniano sostiene di essere stato liberato dall’accordo con la decisione di Trump del 2018 di ritirare gli Stati Uniti, ed ha di conseguenza accelerato l’arricchimento dell’uranio al 20%, nonostante il Jcpoa prevedesse un limite tassativo del 3,67%. L’Iran, ha inoltre aumentato a dismisura l’arsenale missilistico, in netta violazione della Risoluzione 2231. Il grado di scetticismo sulla compliance del regime a qualsiasi tipo di accordo, rimane molto elevato. È proprio per questo che la nuova amministrazione Biden dovrebbe tenere in buon conto alcuni standard fondamentali per una strategia efficace sul “dossier” Iran. Il Jcpoa come strutturato finora non ha prodotto risultati tangibili, verificabili, ma in particolare non ha in nessun modo contribuito a quella stabilità regionale e sicurezza internazionale per le quali è stato ideato.

Le gravi inadempienze iraniane devono essere il punto di partenza per ogni futuro negoziato: devono essere completamente rivisti parametri, verifiche, modalità di enforcement e regimi sanzionatori, aggravandoli ulteriormente se necessario.

La facilità con la quale il regime ha potuto rallentare e ostacolare le verifiche degli ispettori internazionali sugli adempimenti previsti dall’Accordo. Ciò rappresenta una condizione che non dovrà ripetersi in una qualsiasi nuova intesa e dovrà necessariamente imporre un effettivo accesso “ovunque e in qualsiasi momento”, richiedere all’Iran di adottare permanentemente il Protocollo aggiuntivo e riconoscere espressamente che la mancata adesione dell’Iran alle procedure di verifica e di conformità sarà soggetta a un esame accelerato da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, senza alcun requisito di consultazione.

Una rinnovata politica iraniana deve essere condotta con la più ampia adesione internazionale e in stretta consultazione con gli alleati regionali statunitensi e i partner più minacciati dal comportamento ostile dell’Iran che continua a essere la fonte principale di preoccupazioni per la stabilità e quella sicurezza collettiva, fondamento della comunità internazionale. Per ricevere, quindi, la revoca dalle sanzioni, l’Iran deve essere obbligato a guadagnarsela ponendo fine in modo permanente e, soprattutto verificabile, al suo atteggiamento di totale disprezzo delle regole della comunità internazionale.

Una comune piattaforma euroatlantica sulla questione iraniana è interesse prioritario anche per l’Italia. Le ragioni sono da anni evidenti, ma hanno assunto una importanza e una urgenza ancor più manifesta con gli attentati terroristici che il regime iraniano ha cercato di effettuare, avvalendosi anche di suoi diplomatici e di organismi di intelligence in Europa. Il diplomatico-terrorista Assadollah Assadi, accusato dalla magistratura belga, è in attesa della sentenza prevista ad Anversa il 4 febbraio. Decine di nostri concittadini hanno rischiato la vita in un attentato che è stato impedito all’ultimo minuto.

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