Amazon ha bloccato i server di Parler, il social network preferito dai trumpiani, dopo l’assalto al Congresso. Hate speech e free speech non sono più questioni in mano ai giuristi o ai filosofi, ma ai giganti della Silicon Valley. Chi controlla il cloud può accendere o spegnere i siti che ritiene pericolosi, anche per evitare responsabilità civili e penali. Ma ora bisogna discutere della responsabilità politica

L’assalto al Congresso ha messo in moto un processo storico che cambierà le nostre vite. Non è più “solo” un trauma per la democrazia americana che ha causato la morte di cinque persone. Quella che Schwarzenegger ha definito “la notte dei cristalli degli Stati Uniti” ha costretto Donald Trump ad ammettere per la prima volta la vittoria di Joe Biden, ha spinto Facebook e Twitter a sospendere i profili del Presidente, e ha portato Amazon Web Services, il più grande host al mondo, a rimuovere dai suoi server il social network Parler, che aveva ottenuto un grande successo offrendo ai suoi utenti una piattaforma senza censura.

Quest’ultimo passaggio può sembrare minore ma è il vero spartiacque: mentre da anni si discute se i social network siano o no assimilabili agli editori e dunque responsabili per i contenuti degli utenti, i fattacci di Washington hanno fatto fare alla questione, e alla storia, un salto vertiginoso. Il sacro free speech si è scontrato con l’incitamento alla violenza dei gruppi che diffondono le teorie cospirative di Q-Anon e dei suprematisti bianchi, e ha perso.

Dopo aver intimato Parler a rimuovere i post più aggressivi, Amazon ha staccato la spina da un giorno all’altro. La società proprietaria dell’app – che solo nel 2020 è stata scaricata da 10 milioni di americani – prima ha annunciato che avrebbe trovato in pochi giorni una nuova infrastruttura su cui appoggiarsi, poi nel ricorso depositato in tribunale ha ammesso che le altre aziende del settore le avevano sbattuto la porta in faccia e la sua unica speranza di sopravvivere era legata all’accordo con Amazon.

Siamo davanti a una rivoluzione, e non parliamo di quattro scalmanati con le corna in testa. Pensavamo che le nostre opinioni fossero in mano a Jack Dorsey e Mark Zuckerberg, da più di dieci anni legislatori e giudici si scervellavano su come regolarli. Invece in queste ore abbiamo scoperto che i veri “proprietari” erano più a monte: l’ultima parola sulla legittimità di un sito o di un movimento ce l’hanno Jeff Bezos e gli altri host che finora non avevano mai dovuto giustificare le loro azioni in chiave politica.

Per i sostenitori di Trump è l’ennesimo complotto: la Silicon Valley agisce da polizia del pensiero per cancellare il Presidente, incassando due ulteriori bonus: si libera di un concorrente che rubava traffico a Twitter (crollata in borsa dopo aver disattivato il profilo del loro beniamino); si ingrazia l’amministrazione Biden che promette di mettere un freno ai monopolisti californiani.

Invece la questione, come spesso accade in America, va letta in prospettiva economica e giuridica. Finché hanno fatto comodo ai bilanci, suprematisti e facinorosi hanno galoppato nelle praterie dei social network. Cos’è cambiato? Certo, la fortissima pressione mediatica e politica. Ma stavolta Twitter, Facebook e Amazon temevano di essere ritenuti penalmente e civilmente responsabili in caso di violenze organizzate attraverso le loro piattaforme nel giorno dell’insediamento di Biden.

L’unico modo di spezzare la catena della liability era agire prima del 20 gennaio. Lo stesso sta facendo Airbnb, bloccando le prenotazioni a Washington di chi aderisce a movimenti “scorretti” come i Proud Boys. Altra novità dirompente: un affittacamere che sceglie i clienti in base alle affiliazioni politiche (in realtà ha sempre esercitato un controllo discreto, in questa occasione ha messo nero su bianco chi è persona non grata).

I fatti del 6 gennaio 2021 avranno un impatto duraturo sulla vita politica e civile delle democrazie occidentali, ancora difficile da prevedere. Ma abbiamo una certezza: a differenza di quanto è accaduto negli stessi giorni nella dimenticata Hong Kong, governi e grandi aziende sono vincolati dallo Stato di diritto e dovranno rispondere pubblicamente delle loro scelte.

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