Un’analisi della Rome Business School mette nero su bianco l’andamento della nostra esposizione sovrana: nel 2021 indebitamento netto al 10,4% e debito/Pil vicino al 160%. Ma non tutte le regioni sono messe così male. Il Recovery Fund? Si farà sentire solo dal 2023…

Il debito pubblico sarà il grande tema per l’Italia nei prossimi anni. Su questo non ci piove. Un Paese che per sostenere la propria spesa corrente necessità di piazzare ogni anno titoli per 400 miliardi sui mercati (con ottimi risultati negli ultimi tempi, qui l’approfondimento di Formiche.net sull’appetito estero verso il debito sovrano tricolore), è necessariamente legato a doppio filo all’andamento della propria esposizione, oltre 2.500 miliardi.

 A TUTTO DEBITO

Uno studio elaborato dalla Rome Business School, Debito pubblico. Quali scenari per l’Italia dopo il Covid, fornisce al contempo una buona e una cattiva notizia, circa l’andamento del nostro debito sovrano. Si parte dalla brutta notizia e cioè, un aumento del rapporto tra debito e Pil nel breve termine. “L’insieme del sistema Italia riporta un debito/Pil superiore al 160% il che crea uno squilibrio per l’intero sistema per la forte tassazione resa necessaria per supportare la spesa pubblica e ripagare gli interessi sul debito”, si legge.

Il problema è che l’indebitamento netto è balzato al 7,1% nel 2020 e salirà al 10,4% con i nuovi interventi a supporto dei settori economici e delle famiglie e questo per un motivo molto semplice. In assenza di Pil e senza ancora aver incassato un euro dall’Europa, qualunque intervento con il quale fronteggiare la pandemia dovrà essere finanziato in disavanzo, cioè ricorrendo al bilancio pubblico.

Per tutti questi motivi, in termini di finanza pubblica, l’Italia andrà incontro a un “peggioramento di 151,3 miliardi del saldo primario rispetto al 2019 (da +1,8% del Pil a -7,3%), che andrebbe a generare una decisiva caduta delle entrate (quelle tributarie si fermano 41,7 miliardi sotto i livelli dell’anno scorso, con una flessione dell’8%) e un’impennata della spesa (95,1 miliardi in più al netto degli interessi; +11,7%) per gli ammortizzatori sociali e le altre misure anticrisi”.

PIÙ DEBITO PER TUTTI (O QUASI)

Ma c’è chi starà meglio e chi un po’ peggio. Per esempio, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana, Marche e Piemonte “hanno un debito/Pil intorno all’80% che rende il loro sistema economico migliore di quello tedesco”. Di contro il Meridione ha un debito/Pil del 230% con punte di oltre il 300%. Pertanto, si vedono le migliori performance in Lombardia (71,9%), mentre il dato peggiore spetta alla Calabria (305,3%). Mentre la possibile terza ondata del Covid può costare oltre 3 punti di pil e la ripresa slitterebbe, quindi, al 2022.

EFFETTO RECOVERY FUND. MA QUANDO?

Adesso la buona notizia, ovvero l’effetto benefico del Recovery Fund sulle finanze pubbliche italiane. Recovery, giova sempre ricordarlo, che ad oggi è privo ancora di una governance adeguata. “Gli interventi nazionali incroceranno il Recovery Fund, che però avrà tempi più lunghi ed è atteso nel ruolo di protagonista della crescita solo dal 2023 (con 8 decimali di Pil aggiuntivo dopo i 4 attribuitigli nel 2022). La sua partenza effettiva, incognite negoziali europee permettendo, è prevista intorno a metà anno, per cui la manovra dovrà anticipare alcuni interventi: dal rilancio di Industria 4.0 alla nuova spinta per gli investimenti pubblici e privati. Inoltre, di fronte ai tempi brevi imposti per la progettazione del Recovery Plan italiano, sarà necessario creare una struttura dedicata, accentrata su un unico punto di comando”. Come a dire, c’è ancora da sudare.

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