Nuovo interrogatorio per il giovane attivista pro-democrazia, Tony Chung, accusato di avere violato la legge di sicurezza nazionale della Cina. La posizione dell’Ue e degli Usa

Non si ferma l’offensiva di Pechino contro gli attivisti di Hong Kong. Il caso dell’attivista pro-democrazia, Tony Chung, passa al Tribunale distrettuale dell’ex colonia britannica, quindi a un tribunale superiore su richiesta dei pubblici ministeri, dopo avere avuto una breve udienza ieri alla Corte di West Kowloon.

Il giovane Chung, ex leader del movimento Studentlocalism, è stato condannato a dicembre a quattro mesi di carcere per vilipendio della bandiera. Adesso le accuse si sono inasprite e comprendono cospirazione per la pubblicazione di materiale sedizioso, seguita da secessione e riciclaggio di denaro. Chung deve affrontare accuse per il riciclaggio di denaro di circa 77.000 dollari tramite i conti PayPal e Hsbc. Tutti reati indicati dalla legge sulla sicurezza nazionale.

Nella condanna per vilipendio alla bandiera, i magistrati hanno respinto la tesi difensiva degli avvocati di Chung, secondo cui l’attivista non sapeva che si trattasse della bandiera. Secondo i media locali non è stata presentata una richiesta di cauzione e il ragazzo è tornato in custodia. L’agenzia Nova precisa che la prossima udienza è prevista per il 28 gennaio.

Il gruppo Studentlocalism si è sciolto poco prima che entrasse in vigore la legge sulla sicurezza nazionale, ma i suoi membri sono rimasti attivi, per cui le autorità cinesi li stanno inseguendo. Per il reato di secessione – di cui è accusato Chung – la normativa di Pechino prevede l’ergastolo.

Anche William Chan e Yanni Ho, ex membri di Studentlocalism, sono stati arrestati dalla polizia, accusati per reati della legge sulla sicurezza nazionale, tra cui incitamento alla secessione e al terrorismo.

Due giorni fa, l’Unione europea ha criticato il governo di Xi Jinping per l’atteggiamento nei confronti di Hong Kong (qui l’articolo di Formiche.net). Peter Stano, portavoce della Commissione europea, ha chiesto la liberazione dei 53 attivisti a favore della democrazia a Hong Kong, arrestati con l’accusa di avere violato la nuova legge di sicurezza nazionale imposta da Pechino: “L’arresto di più di 50 attivisti pro-democrazia con l’accusa di sovversione in base alla legge sulla sicurezza nazionale invia un segnale che il pluralismo politico non è più tollerato ad Hong Kong”.

Ma Bruxelles resta ancora afona sugli eccessi di Pechino a Hong Kong. Per Laura Harth del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, è ormai accertato che la stretta a Hong Kong, come nella Cina continentale, non si fermerà prima che siano silenziati tutti. In un articolo pubblicato su Formiche.net spiega che “la questione principale quindi non riguarda più quali azioni compirà nel futuro prossimo, ma come intende reagire l’Unione europea che si è affrettata, sotto la guida della cancelliera Merkel, a concludere un accordo che, sebbene supererebbe meritevolmente i 26 accordi bilaterali, non solo promette ben poco in termini tecnici, ma che ha mandato un segnale chiarissimo a Pechino: per Bruxelles e per Berlino la continua repressione è accettabile”.

Anche da Washington arrivano pressioni a favore della libertà a Hong Kong. Pochi giorni fa, il governo americano ha chiesto il rilascio immediato degli attivisti che saranno processati da Pechino per avere tentato la fuga verso Taiwan l’estate scorsa (qui l’articolo di Formiche.net).

Gli imputati sono 12, e sono accusati di aver attraversato la frontiera illegalmente e rischiano da sei mesi a sette anni di carcere. La loro unica colpa? Fuggire dalla tirannia, ha spiegato un portavoce del consolato americano a Canton (Guangzhou), chiedendo il rilascio immediato degli attivisti: “La Cina comunista non si fermerà davanti a nulla per impedire al suo popolo di cercare la libertà altrove”.

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