Il vicepresidente Cheney e la figlia deputata Liz sono le menti della lettera degli ex capi del Pentagono contro la sfida di Trump a Biden. L’establishment repubblicano si muove per evitare un destino populista al partito

Sulla lettera al Washington Post con cui tutti e dieci gli ex segretari al Pentagono in vita hanno chiesto al presidente uscente Donald Trump di non coinvolgere i militari nei suoi sforzi per contestare l’esito delle elezioni presidenziali di novembre c’è lo zampino dell’ex vicepresidente Dick Cheney e quello della figlia, la deputata Liz Cheney, presidente della Conferenza del Partito repubblicano alla Camera, che in quattro anni ha scalato le gerarchie del Gop nonostante le posizioni contrastanti con quelle del presidente uscente.

Come notavamo ieri su Formiche.net, tra i firmatari ci sono tutti gli ex segretari alla Difesa degli ultimi 32 anni. Tranne Leslie Aspin, il primo capo del Pentagono del presidente Bill Clinton, morto nel 1995. Ci sono persino i due dell’era Trump (esclusi quelli pro tempore): il generale James Mattis e Mark Esper. Ma c’è soprattutto Dick Cheney, che prima di essere vice di George W. Bush era stato a capo della Difesa con il padre, George H.W. Bush.

Il regista dell’operazione, rivela il sito Axios.com, è proprio lui, soprannominato dagli amici e anche dai nemici Darth Vader. E con lui c’è la figlia, che nello stesso giorno della lettera al Washington Post ha mandato un memo ai colleghi alla Camera avvertendoli dei rischi di appoggiare i tentativi del presidente di rovesciare il voto. Le obiezioni di Trump alla vittoria di Joe Biden “costituiscono un precedente eccezionalmente pericoloso, minacciando di sottrarre l’esplicita responsabilità costituzionale degli Stati nella la scelta del presidente e di conferirla invece al Congresso”, si legge nel documento di 21 pagine. “Questo è nettamente in contrasto con il testo chiaro della Costituzione e le nostre convinzioni fondamentali come repubblicani”.

Una fonte vicina a Cheney ha riferito alla testata statunitense che i due, “dato il loro rispetto verso il potere esecutivo, sono offesi dal comportamento violento di Trump e dalla futile resistenza alla vittoria di Biden”.

L’operazione sembra avere due obiettivi. Il primo è voltare pagina dopo Trump “l’incendiario”, come l’ha definito sempre Axios.com limitandosi ad analizzare soltanto le sue recentissime mosse: i Cheney “stanno ristabilendo il tradizionale canale repubblicano” per permettere anche a chi non si riconosce nelle posizioni populiste del presidente uscente di sentirsi a casa nel partito, ha spiegato ancora la fonte. Non è un caso, infatti, che proprio sulla sfida a Biden il Partito repubblicano si stia spaccando tra pro Trump e contro Trump: in palio c’è l’eredità politica del presiedete uscente e il peso che potrà (o meno) avere sulle prossime elezioni. I Cheney non sono gli unici repubblicani di spicco a contestare le mosse di Trump: i senatori repubblicani Ben Sasse e Mitt Romney si sono schierati contro il presidente, e con loro anche i deputati Chip Roy e Ken Buck. Il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell ha invitato i repubblicani del Senato a non votare contro i risultati delle elezioni. E l’ex speaker della Camera Paul Ryan ha criticato duramente i senatori Ted Cruz e Josh Hawley, che hanno promesso di appoggiare la sfida a Biden.

Il secondo è personale: infatti, Liz Cheney sogna di candidarsi alla Casa Bianca o alla guida della Camera, forte anche del sostegno del padre che rimane un elemento centrale nell’establishment repubblicano.

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