Conversazione con Luciano Floridi, studioso di fama mondiale, esperto di filosofia ed etica dell’informazione. “Libertà di parola intoccabile e innovazione sempre e comunque sono due dogmi del liberalismo sfrenato”. Base Italia? “Domani potrebbe diventare una piattaforma comune, magari per una buona coalizione”

Innovazione per tutti, ma non prima di tutto. Regolamentazione europea, meglio se a braccetto con gli Stati Uniti, e una doppia sfida tutta italiana. La prima in quel di Bologna, all’Università Alma Mater, la seconda dal sapore più politico, Base Italia. Raggiunto telefonicamente nella sua città di adozione, Oxford, è un fiume in piena Luciano Floridi, professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’Informazione e direttore del Digital Ethics Lab dell’Oxford Internet Institute, all’Università di Oxford, e Turing Fellow presso l’Alan Turing Institute. Con lui abbiamo affrontato il tema della pervasività dei social network, i rischi ad essi connessi e l’esigenza di una sana legislazione europea. La politica? “Può essere una gara, ma a chi fa meglio, come nei cento metri, non a chi colpisce di più, come nel pugilato”.

Dal palco di Davos la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha chiamato la Casa Bianca ad unirsi allo sforzo dei 27 stati membri nel regolare le grandi piattaforme che minacciano le nostre democrazie. È il momento giusto?

C’è una doppia positività, una grande e una piccola, nell’intervento della Commissione Ue. Ma è doverosa una premessa: nessuno intende punire le aziende che creano ricchezza e possono fare tantissimo per la comunicazione. Quella grande è rappresentata dal coordinamento effettivo. Se riuscissimo a mettere d’accordo almeno l’Unione europea e gli Stati Uniti sulla base di un accordo transatlantico, che faccia bene a tutti, dalle aziende, alla società, alla politica, il resto del mondo potrebbe seguirci.

E quella piccola?

L’approccio europeo dimostra allo stesso tempo che vogliamo fare sul serio. Benissimo quindi invitare gli Stati Uniti, sarebbe un vero peccato se non si unissero, ma l’Europa penso possa fare anche eventualmente da apripista e dare un buon esempio adottando una sana legislazione europea.

Von der Leyen ha dichiarato che “Ciò che è illegale offline dovrebbe essere illegale online”. Musica per le orecchie di uno studioso come lei che ha coniato il neologismo “onlife”.
È bene che anche in Europa si stia arrivando, seppur lentamente, ad una concezione “onlife” che a me sembra chiara da tempo. Dove non ci sono separazioni tra online e offline. Purtroppo anche qui in Gran Bretagna si ragiona ancora con approcci da anni ’90. Le faccio un esempio concreto: per il bullismo c’è una regolamentazione per quello che avviene in classe a scuola, e c’è una legislazione per quello che avviene online. Ma il bullismo è a 360 gradi e 24 ore al giorno e non conosce luogo. Può prender vita su Fb, TikTok o Whatsapp per poi riverberarsi e rinforzarsi in classe, per poi tornare online.

A proposito di TikTok. La tragedia di Antonella Sicomero, la bambina di 10 anni morta soffocata presumibilmente per avere partecipato a una sfida social sull’applicazione cinese in voga tra gli adolescenti ha riaperto il dibattito sulla pericolosità della rete in particolare per i più giovani.

Essendo TikTok uno degli strumenti più diffusi tra i giovani è lì che purtroppo queste cose circolano mietendo vittime tra la popolazione più influenzabile, ovvero i bambini che hanno sufficiente capacità per gestire le tecnologie ma non sufficiente maturità per capire che di queste cose si muore. Oggi questo episodio è grave non solo perché è avvenuto ma perché sapevamo che sarebbe potuto avvenire. Basta avere un po’ di memoria storica. Questi giochi pericolosissimi, soprattutto questo dello strangolamento, che è purtroppo un classico, girano da tanti anni. Lo studio più diffuso risale al 1995. Il cosiddetto Choking game, ha una storia lunghissima di eliminazione dei contenuti dai social media via via che i ragazzi più giovani si spostano da uno strumento all’altro. Mi sorprende che questo tipo di informazioni non fosse ancora stata bloccata su TikTok come è avvenuto con Snapchat o su Youtube.

In questi giorni il garante ha aperto un fascicolo anche su Facebook e Instagram chiedendo ai gestori di fornire informazioni sugli account di Antonella sui due social: lo scopo è sapere come sia stato possibile per una bambina di 10 anni aprire i profili sui quali era attiva. Il dibattito si sposta così sulle possibili soluzioni per vigilare sull’accesso dei minori su tali piattaforme che di fatto lo vieterebbero. L’ipotesi che circola maggiormente in questi giorni è quella di utilizzare Spid. Cosa si può fare?

Vedrei di buon occhio una duplice manovra. Due cose da fare che non eliminano il problema ma lo riducono drasticamente. Prima di tutto l’identificazione, dunque, dimostrare chi sei. Qui ad Oxford abbiamo condotto uno studio in cui è emerso che le società di giochi d’azzardo online si servono di strumentazioni rigorosissime per verificare l’identità dei giocatori che rendono molto complesso l’accesso a tali piattaforme. Dunque si può fare, queste aziende hanno strumentazioni tecniche e finanziarie all’altezza della sfida.

E poi?

Poi ci sono i contenuti. Lo abbiamo visto dalla vicenda di Trump in poi. Io sono dell’avviso che un po’ di gentile fermezza non sia sbagliata. Non è vero che distribuire un video su TikTok su come vado a strangolarmi sia una questione di libertà di espressione. Aggiungo che questo vuol dire anche educare meglio gli utenti quando purtroppo questi contenuti sfuggono al controllo, ma questa è una questione complementare.

Dagli Stati Uniti, all’India si stanno consumando sempre più lotte nel panorama geopolitico internazionale. Quanto pesa quindi la geopolitica nel campo dell’innovazione e come siamo arrivati a questa sua centralità a livello globale?

I social non influenzano la società, sono la società. È lì che ci informiamo, lì che formiamo le nostre opinioni, che studiamo, lavoriamo, socializziamo, giochiamo, facciamo la guerra, e così via. La pandemia ha straordinariamente accelerato la consapevolezza diffusa tra tutte le persone dell’importanza di questi spazi comuni. Data la loro importanza, ne vediamo anche l’influenza e quindi la preoccupazione è che questi spazi comuni siano non gestiti esclusivamente da logiche aziendali private e legate soltanto al profitto ma anche da regole generali di buona convivenza democratica della società che questi non solo influenzano ma che cominciano a costituire.

Cos’è cambiato dunque con la pandemia?

Quello che era già in corso, e quindi una regolamentazione democratica di questi spazi comuni da parte delle istituzioni è stata accelerata e mi auguro che venga fatta bene.
Ma i social media non sono l’unico elemento. Basta guardare a quello che sta avvenendo nel campo dell’intelligenza artificiale, oppure dare uno sguardo a chi possiede nel mondo la cablatura di internet, e le banche dati. È tutto il dibattito sulla sovranità digitale che deve essere affrontato.

Come andrebbero regolamentate queste piattaforme?

Non si tratta di dire ai mass media cosa fare o meno, ma quali sono i vincoli all’interno dei quali poi c’è tutta la libertà di espressione, di disseminazione e di comunicazione.
Se pure dovessimo rallentare un pochino l’innovazione per impedire ad una bambina di 10 anni di morire, ne varrebbe la pena.

Libertà di parola sempre intoccabile e mai vincolabile e innovazione sempre e comunque sono due dogmi del liberalismo sfrenato. Una società che ha a cura anche altri valori, perlomeno altrettanto importanti che sono quelli della privacy, dell’autonomia della persona, della salute, della sicurezza, della buona informazione e della solidarietà, li mette tutti in rapporto tra loro. Ci sono dei rischi nel far questo, ma sono dei rischi che una democrazia può e deve correre, lavarsene le mani perché è difficile non è una soluzione. E poi abbiamo una fortuna…

Quale?

Non dimentichiamo la fiducia nelle nostre istituzioni. Se fossimo in Cina, o in Russia, o in uno Stato in cui domina una oligarchia, farei un discorso un po’ diverso. Siamo in Europa ed è importante ricordarcelo. Quando prendiamo delle decisioni dal punto di vista europeo le cose vanno abbastanza bene. La legislazione europea non metterà mai il bavaglio ai media, non andrà a censurare i contenuti. Il faro è il bene dei cittadini per fare in modo che queste tragedie accadano il meno possibile.

È notizia di questi giorni il suo ritorno nel mondo accademico italiano in veste di professore dell’Alma Mater di Bologna dove si occuperà del rapporto tra etica, diritto, big data, intelligenza artificiale, e social media e darà un contributo decisivo allo sviluppo di ricerche innovative.

Sono entusiasta, è un’opportunità straordinaria che mi è stata offerta, di cui sono profondamente grato e onorato, e che è giunta dopo un lungo percorso. Credo che la sfida che abbiamo in Italia sia galvanizzante, è una partita un po’ dura ma che si può vincere. E queste sono le partite più belle, quando la sfida è seria ma se ti impegni hai buone chance di vincere. Fare ricerca al massimo livello europeo, in una Università che è la più antica del mondo, in un Paese che va ricordato, è tra i più avanzati del mondo, è una sfida che si può vincere.

Se a questo aggiungiamo la determinazione, la buona volontà e l’entusiasmo che c’è da parte dell’Università e di molte altre persone e istituzioni che la circondano come la città, la regione e il supporto dell ministero della Ricerca, allora si capisce che abbiamo tutte le chance di fare benissimo. Ed elemento non trascurabile, si parte da Bologna ma si gioca come team Italia, in Europa e nel mondo.

A proposito di novità nel team Italia, Tim ha da poco lanciato Noovle. Un progetto ambizioso?

Noovle, la nuova azienda di Tim, è il più importante progetto per il cloud computing in Italia, un’ottima notizia per la trasformazione e lo sviluppo digitale in Italia, e per l’investimento e la crescita economica del paese, puntando a un miliardo di euro di fatturato entro il 2024 con una crescita media annua di circa il 20%. Certamente con l’esperienza e il know-how Tim, con D’Asaro Biondo come Ad, e con Taddeo come Presidente, credo che un notevole successo anche internazionale sia un ambizione ragionevole.

C’è poi per finire un altra iniziativa che la vede protagonista nel nostro Paese, ed è Base Italia, l’associazione coordinata da Marco Bentivogli e che lei presiede. In cosa si differenzia questa sfida dalla precedente?

La ricerca in gran parte è contestuale ma è soprattutto legata a quanto lavori e ai sacrifici che fai. Con Base Italia lo spirito è lo stesso ma la sfida è più ardua. Perché in politica ci sono più elementi che sfuggono al proprio impegno o controllo. Come ad esempio la crisi politica di questi giorni.

Chiariamo che cos’è Base Italia

Base Italia nasce come un progetto civico, vorrebbe diventare in futuro un progetto anche politico, ma nel passaggio da civico a politico ci sono i tempi lunghi della trasformazione e della crescita. L’idea è quella di una struttura civica che spinga la politica a fare meglio. Dalla società alla politica dunque passando attraverso l’alzare la barra alla politica stessa.

Il nome partito non le piace proprio Floridi…

Mettiamola in questi termini: c’è una bottiglia di vino che ha preso d’aceto. Che facciamo? Se ci si mette dentro altro vino prende d’aceto anche quello. Quando avremo una politica che si potrà fare senza prendere d’aceto, volentieri. Oggi fare un altro partitino farebbe solo male al Paese e continuerebbe a distruggere la politica. Ce n’è bisogno? No, serve l’opposto, più aggregazione, per questo dico che non è un partito, e domani potrebbe diventare una piattaforma comune, magari per una buona coalizione.

Su cosa state lavorando?

Siamo in una fase di costruzione, di tante Base Italia nelle varie città, di dialogo con sindaci, per esempio, sia che lo siano già, sia che lo vogliano diventare, di critica costruttiva a quello che fa il governo. Tutte queste attività le stiamo portando avanti con discreto successo con tutti i limiti della pandemia.

Prima regola?

Si parla di tutto e con tutti. La politica è anzitutto condividere il tavolo, cercare il buono che c’è in moltissime posizioni anche diverse e costruire su questo. La politica non è una lotta, uno scontro, è un progetto comune sul quale si può trovare accordo, può essere una gara, una competizione, ma a chi fa meglio, come nei cento metri, non a chi colpisce di più, come nel pugilato.

Nessuno escluso?

Ci sono gli estremi di tutti i tipi che si autoescludono, a sinistra o a destra, sopra o sotto, dal fondamentalista religioso al razzista, dal terrorista al neonazista. Se poi uno crede ai marziani, dai terrapiattisti agli antivax, ho qualche difficoltà (ride, ndr) ma al di là di questo livello bisogna parlare con tutti perché anche se si hanno valori diversi si possono avere risultati in comune. Governare significa trovare le soluzioni fondamentali che fanno bene al Paese e chi ne ha più bisogno.

Mi faccia qualche esempio.

Gestione della pandemia, del lavoro, innovazione, ristrutturazione dell’amministrazione pubblica, miglioramento della scuola, evasione e investimenti strutturali per il futuro. E ancora, Europa, ma non con il cappello in mano, da leader. Siamo un grande Paese che può giocare un ruolo fondamentale nelle politiche europee. Non solo ricevere da Bruxelles quello che Bruxelles decide. Essere lì una voce importante. Per far questo ci vuole tempo, studio e formazione. La politica non è un lavoro che si improvvisa da un giorno all’altro. E Base è questo. Costruzione, con passo da montagna, per usare un’altra metafora, mettendo insieme le competenze, le intelligenze, e le buone volontà di cui il Paese è pieno, per fare sul serio. Se poi riuscissimo a superare il campanilismo saremmo veramente un Paese straordinario. Purtroppo spesso ci facciamo male da soli.

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