“Nessuna decisione finale” per l’Afghanistan, su cui restano “molti dilemmi”. Luce verde invece per il rafforzamento della missione d’addestramento in Iraq, che passa da 400 a 5mila unità (ereditando competenze della Coalizione internazionale anti-Daesh). Cosa hanno deciso i ministri della Difesa della Nato e perché Stoltenberg ha ringraziato l’Italia

Non è arrivato l’accordo sul futuro della missione in Afghanistan, rimandato alle prossime settimane, mentre nel Paese permangono situazioni di instabilità e sicurezza. È invece arrivata l’intesa per potenziare la missione in Iraq, con l’Italia in prima fila in entrambi gli scenari, un impegno per cui “la Nato è estremamente grata”. È quanto emerso dalla seconda giornata di riunione tra i ministri della Difesa della Nato, occasione per il debutto all’Alleanza Atlantica di Lloyd Austin, nuovo capo del Pentagono, tra Lorenzo Guerini e colleghi. Come promesso, dagli Stati Uniti è arrivata la rassicurazione su “stretto coordinamento” e “consultazioni continue” sugli impegni militari all’estero, segnali di superamento dei quattro turbolenti anni targati Donald Trump, sfidanti anche per la Nato tra le strigliate sul 2% del Pil e gli allunghi sui ritiri da diversi teatri. Eppure, non c’è stata la decisione finale sull’impegno in Afghanistan, con il piano americano che resterebbe così tarato per un ritiro completo entro il prossimo maggio.

LA SITUAZIONE

L’amministrazione guidata da Joe Biden ha ereditato un contingente ridotto a 2.500 unità. Gli Usa restano comunque il Paese Nato più impegnato nell’ambito della missione Resolute Support, quella che ha preso in carico l’eredità di Isaf, l’impegno scattato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, unico caso di attivazione dell’articolo 5 del Patto atlantico, clausola della Difesa collettiva. Seguono Germania, con circa 1.300 militari, l’Italia, con 900 unità, concentrate per lo più a Herat, nel Train advise assist command West (Taac-W), dedicato alle attività di addestramento, assistenza e consulenza a favore delle istituzioni e delle Forze di sicurezza locali concentrate nella regione ovest.

LA POSIZIONE ITALIANA

Lì è stato Lorenzo Guerini a fine gennaio, per un visita oggetto anche del primo contatto telefonico con Austin. “Ho registrato l’apprezzamento delle autorità afghane per quello che abbiamo fatto in questi anni e la loro preoccupazione per il rischio di vanificare tutti i progressi fin qui fatti”, ha detto il ministro oggi ai colleghi della Nato. E sul futuro di Resolute Support “dobbiamo decidere insieme, come abbiamo sempre sostenuto, preservando la coesione tra gli alleati, indiscutibile centro di gravità della Nato in qualunque contesto ci veda coinvolti”.

LA POSIZIONE DI WASHINGTON

Già a inizio anno il segretario generale Stoltenberg poneva l’Afghanistan tra i “temi-chiave del 2021 per la Nato”. Tra gli attentati dei talebani e lo stallo sui negoziati di pace, la situazione resta incerta, “fragile”, per usare le parole di Stoltenberg, e “i progressi troppo lenti”. Per questo, l’Alleanza ha da tempo chiarito che l’eventuale e progressivo ritiro resta condizionato al positivo esito dei negoziati intra-afghani, ulteriormente ribadito oggi con l’aggiunta di “verifiche sulla situazione sul campo” e di “strette consultazioni nelle prossime settimane”. Un approccio messo a dura prova dal ritiro voluto da Trump, per cui la Nato ha cercato di far valere la linea “in together, out together, adjust together”.

LE RASSICURAZIONI

Lo stesso “together” è stato usato da Austin per spiegare il cambio di tono dell’amministrazione Biden, nonché per tranquillizzare alleati e partner sulla “Global posture review” già avviata dal Pentagono per rivedere nel complesso gli impegni all’estero degli Stati Uniti. A garantire la tenuta dei contatti con gli alleati ci dovrebbe essere Coinvolgerà anche Spencer Boyer, il quale (stando a quanto riporta DefenseNews) è prossimo alla nomina ad “assistant secretary of Defense for Europe and Nato policy”, responsabile per il Pentagono dei rapporti con partner del Vecchio continente e Alleanza Atlantica.

UNA POSSIBILE RIMODULAZIONE

Per quanto riguarda l’ipotesi di rivedere gli impegni in Afghanistan, sin dall’audizione al Senato per la conferma al vertice del Pentagono, Austin lasciava intendere la possibilità di rimodulare “concentrandosi sulle operazioni di antiterrorismo”. D’altra parte, durante la campagna elettorale Biden aveva detto di voler mettere termine (come Trump) agli “impegni senza fine”, tra cui figura sicuramente quello in Afghanistan, a vent’anni dall’avvio della missione Isaf. Eppure, l’accordo per una rimodulazione ancora non c’è. “Stiamo affrontando molti dilemmi e non ci sono facili opzioni”, ha detto oggi Stoltenberg, aggiungendo che è “imperativo ri-energizzare il processo di pace”, facendo eco all’editoriale firmato ieri da Madeleine Albright e Federica Mogherini.

L’IMPEGNO IN IRAQ

Intanto è ufficiale il potenziamento della missione in Iraq, per cui il recente attacco a Erbil conferma che le condizioni di sicurezza non sono ancora soddisfacenti. Qui l’impegno della Nato è stato finora più defilato. Lo sforzo internazionale contro il terrorismo si è esplicato infatti con la Coalizione internazionale anti-Isis, che vede attualmente l’Italia impegnata con circa 1.100 unità per la missione Prima Parthica. A inizio settembre (con quella che era sembrata una mossa elettorale) gli Stati Uniti hanno ufficializzato l’intenzione di ritiro parziale delle truppe presenti nel Paese, da 5.200 a 3.000. Ritiro meno improvviso rispetto ad altri, in linea con quanto concordato in ambito Nato che da tempo ha deciso di potenziare la propria “training mission”, ereditando competenze dalla Coalizione anti-Isis. Ciò rispondeva soprattutto all’obiettivo di abbassare il profilo Usa nel Paese, divenuto complesso dopo l’uccisione a gennaio 2020 del leader iraniano Qassem Soleimani.

IL POTENZIAMENTO

Oggi i ministri della Difesa hanno concordato sul potenziamento della Nato training mission, con compiti principali di addestramento e supporto alle forze irachene e curda, che passerebbe da 400 a 5mila unità. Guerini nel suo intervento ha ricordato l’attacco a Erbil: “Questo evento ci conferma l’importanza della nostra presenza in un’area di fondamentale importanza per la stabilità del medio-oriente”. L’Italia, ha aggiunto il ministro, “sostiene il rafforzamento della missione Nato con lo scopo di estendere le attività addestrative, di consulenza ed esercitative nelle aree indicate nel piano, coerentemente con le condizioni di sicurezza”. Nell’ultimo anno e poco più Guerini è stato quattro volte in Iraq. Come notavamo lo scorso settembre, per l’Italia la lotta al terrorismo nel Paese si somma a interessi strategici ed economici.

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