Incontro a tre alla Munich Security Conference tra Biden, Merkel e Macron. “L’America e l’alleanza transatlantica sono tornate”, dice il presidente Usa. Sperando che sia l’ultima occasione internazionale senza l’Italia

Joe Biden è tornato, a distanza di due anni, alla Munich Security Conference. Due anni fa “da privato cittadino” aveva promesso che l’America sarebbe tornata. Oggi parla da presidente degli Stati Uniti e dice: “Ho un messaggio chiaro: l’America è tornata. L’alleanza transatlantica è tornata”. Un rientro di cui è convito anche l’ex diplomatico statunitense Nicholas Burns, già ambasciatore alla Nato, oggi professore alla Harvard Kennedy School. Su Twitter ha sottolineato la partecipazione di Biden al G7 e alla conferenza, l’accordo per un ritorno ai negoziati nucleari con l’Iran e la partecipazione del segretario di Stato Tony Blinken all’incontro Quad con Giappone, India e Australia: “Gli Stati Uniti hanno fatto un grane ritorno sulla scena globale questa settimana”.

Biden parla da un podio con il logo presidenziale a pochi minuti dalla fine del primo incontro del G7. Abito blu, camicia bianca, cravatta grigia e blu, nel taschino una pochette bianca a tre punte. Alle spalle le bandiere degli Stati Uniti e quella presidenziale. Ai lati i loghi della conferenza. Il discorso è pensato per rassicurare gli alleati oltre Atlantico. Per questo ha sottolineato il sostegno a un’“Europa unità, libera e in pace” rievocando l’espressione “Europa unita e libera” usata da George H. Bush quando parlò a Magonza, nella Germania Ovest, il 31 maggio 1989, a meno di sei mesi dalla caduta del Muro di Berlino.

Ospiti dello stesso panel sulle relazioni transatlantiche — e già che si sia tenuto un simile dibattito è una conferma dei cambiamenti dopo l’uscita di Donald Trump alla Casa Bianca — la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente Emmanuel Macron. Che Biden chiama, salutandoli a inizio discorso, “Angela e Emmanuel”. Assente il primo ministro britannico Boris Johnson, che stava ultimando i lavori del G7 e avrebbe partecipato a un evento successivo.

“Le dinamiche sono cambiate al livello globale. L’America collaborerà strettamente con gli alleati europei, da Roma a Riga”, promette sottolineando l’impegno a difendere l’articolo 5 della Nato. Parla di Cina: “Dobbiamo prepararci insieme a una competizione strategica a lungo termine con la Cina”. E ancora: “La concorrenza con la Cina sarà dura. Dobbiamo respingere gli abusi e la coercizione economici del governo cinese”.

Parla di difesa della pace e dei valori condivisi, ma anche della necessità di proteggere innovazione, proprietà intellettuale e “genio”, di assicurare che i vantaggi della crescita economica siano condivisi. Attacca la Russia di Vladimir Putin che “cerca di indebolire il progetto europeo e la nostra alleanza Nato” e che mina la stabilità dell’Ucraina. Non dimentica il fronte cyber né l’urgenza della sfida pandemica e di quella dei cambiamenti climatici. Ma conclude con un messaggio di speranza, e anche d’incoraggiamento: “Siamo nel mezzo di un dibattito fondamentale sul futuro del nostro mondo. La democrazia deve prevalere”.

Non una parola sulle dispute commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, sull’accordo sugli investimenti tra Cina e Unione europea, sul gasdotto Nord Stream 2 e sulla spesa europea in difesa. Un discorso facile da digerire per gli altri due ospiti.

Merkel, in abito senape e fogli in mano (a differenza degli altri due leader che leggevano dal gobbo), alle spalle un fondo blu con logo della cancelleria, al suo fianco le bandiere tedesca e dell’Unione europea e un bicchiere d’acqua, ha sottolineato l’importanza del multilateralismo. Le cui prospettive, ha detto, sono migliori perché c’è Biden alla Casa Bianca.

Poi ha ribadito l’impegno verso l’obiettivo del 2% del Pil in spese militari, ha dato disponibilità a lasciare le truppe in Afghanistan “se serve”, ha accesso i riflettori sull’Africa (in particolare su Sahel e Libia).

Ha invitato a trovare una “strategia comune” transatlantica sulla Russia: “non posso che concordare con il presidente americano” sulle critiche ai tentativi russi di destabilizzare l’Unione europea, ha detto — ma si è tenuta alla larga dalla questione Nord Stream 2 (limitandosi a parlare di Ucraina quasi confermando le indiscrezioni di un possibile compromesso con gli Stati Uniti). Serve anche, ha proseguito, una “agenda condivisa” sulla Cina — evitando in questo caso di citare l’accordo sugli investimenti e definendo Pechino “un competitor” (non un rivale) ma anche un partner di cui “abbiamo bisogno” su questioni globali come il cambiamento climatico. Unione europea e Stati Uniti non sempre andranno d’accordo ma condividono valori comuni e ciò offre solide fondamenta per la cooperazione, ha aggiunto.

Macron, invece, si è presentato in abito blu scuro, stesso colore per la cravatta, camicia bianca, vistosi gemelli color rosso scuro, con alle spalle del podio un maxi logo dell’Eliseo e — anche lui come Merkel — le bandiere del proprio Paese e dell’Unione europea. Il primo passaggio è sul multilateralismo: “Se vogliamo un vero multilateralismo serve far sì che tutti i Paesi del mondo possano avere accesso al vaccino”. Dice che “abbiamo bisogno di un dialogo con la Russia” (sfidando un po’, ma non troppo, Biden che aveva parlato prima di lui). Ma c’è la sicurezza al centro del suo intervento. Ricostruire l’agenda della sicurezza, serve “una nuova architettura”, ha detto a poche ore di distanze da un’intervista al Financial Times in cui era tornato a picconare la Nato sostenendo — compiendo anche un errore di storia da matita da rossa — che l’Alleanza sia superata perché il Patto di Varsavia non esiste più.

Tutti e tre parlano di Iran e dei negoziati che hanno deciso di riavviare, ma solo di sfuggita.

L’unico a prendere domande è Macron. A fargliela è il padrone di casa, Wolfgang Ischinger, diplomatico tedesco, già ambasciatore negli Stati Uniti durante l’amministrazione di George W. Bush, oggi presidente della Munich Security Conference. Il tema è l’autonomia strategica europea. Macron risponde in inglese, dopo un discorso pronunciato in francese.

Quel progetto è una minaccia per la Nato? Tutt’altro, risponde: se l’Europa bada alla sua sicurezza, Stati Uniti e Alleanza Atlantica possono concentrarsi su Indo-Pacifico e Cina (mai citata prima nel suo intervento). “Credo nella Nato, ma servono un approccio più politico e un maggiore impegno europeo”, dice. Poi una stoccata a Merkel: la Francia raggiungerà presto il 2%, è importante perché è un “modo per riequilibrare la relazione transatlantica e fornire la prova ai nostri amici americani che siamo partner affidabili e responsabili”. Secondo le previsioni Nato pubblicate a ottobre, Parigi avrebbe raggiunto l’obiettivo già nel 2020 arrivando al 2,11%. Berlino, invece, si dovrebbe fermare all’1,57%.

I tre non si sono fatti troppo male. Ma le distanze su alcuni dossier sono destinate a rimanere.

L’Italia, per il momento, rimane sullo sfondo. Certo, la conferenza è stata organizzata prima che Mario Draghi diventasse presidente del Consiglio. Ma, come ha spiegato a Formiche.net Stefano Stefanini, senior advisor dell’Ispi, già consigliere diplomatico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e rappresentante permanente dell’Italia alla Nato, la delicata fase istituzionale non può rimandare a lungo il ritorno dell’Italia sulla scena internazionale. “Se guardiamo il comunicato [del G7] in trasparenza, ritroviamo moltissimo del discorso di Draghi in Parlamento: dai vaccini ai cambiamenti climatici, c’è una corrispondenza quasi perfetta”.

Senza dimenticare che quest’anno il nostro Paese ospita il Global Health Summit, presiede il G20 e organizza assieme al Regno Unito la Cop-26. “Si apre ora una finestra di opportunità di un anno intero”, ha spiegato Stefanini. “Con questi tre appuntamenti, una leadership tedesca che rimarrà in sordina fino a dopo le elezioni di settembre e un premier italiano con un grande peso specifico possiamo rimetterci in gioco ai tavoli internazionali che contano”.

Condividi tramite