L’Iaea e Teheran hanno raggiunto un accordo tecnico temporaneo per collegare le posizioni per mantenere il livello necessario di monitoraggio e verifica. L’Iran va avanti con violazioni e pressioni, ma lascia la porta aperta al dialogo e il ministro degli Esteri annuncia che parteciperà a un “incontro informale” con Usa e Ue. Il punto è far coincidere agende e priorità

“Colloqui produttivi basati sul rispetto reciproco”, così l’ambasciatore iraniano all’Agenzia internazionale sul nucleare (Iaea) ha definito gli incontri che il direttore dell’Iaea, Rafael Grossi, ha avuto a Teheran. È una nota stampa congiunta tra l’Agenzia e l’Atomic Energy Organization of Iran (Aeoi) a spiegare qualcosa di più a conclusione degli incontri: c’è “un’intesa tecnica bilaterale temporanea […] in base alla quale l’Aiea proseguirà le sue necessarie attività di verifica e monitoraggio fino a 3 mesi”.

Ossia, l’Iran implementerà “la Legge” (come viene chiamata) emanata dal parlamento con cui si vieta ai tecnici internazionali di accedere ai siti atomici del Paese, ma ci sono tre mesi di tempo per forme transitorie. Il risultato che si attendeva. Un aggiustamento che lascia tempo alla diplomazia. Una finestra temporale per cercare qualche genere di soluzione a un dossier complicatissimo: il ritorno degli Usa nell’accordo Jcpoa e il re-inserimento dell’Iran all’interno dei termini dell’accordo; con sospensione delle violazioni e collegata fine delle sanzioni Usa.

Il programma nucleare iraniano “resta pacifico”, ha garantito il ministro degli Esteri Javad Zarif nell’incontro con Grossi, aprendo a un fondamentale “incontro informale” con gli Stati Uniti e con gli altri membri del formato “4+1” rimasto dell’intesa – ossia Russia, Cina, Regno Unito, Francia più la Germania. Gli intenti ci sono, i tecnicismi si aggiustano per ora sulla base di questi intenti, ma è evidente che la finestra temporale non è eterna. A breve inizierà la campagna per le presidenziali in Iran, e il dossier nucleare entrerà nel dibattito elettorale.

Difeso e protetto dai pragmatico-riformisti del governo Rouhani che lo negoziarono sei anni fa, doveva portare benefici enormi grazie al sollevamento delle sanzioni e al ritorno dell’Iran sulla scena economica internazionale. Così non è stato per qualche incertezza iniziale e perché dal 2018 gli Usa si sono ritirati, re-inserendo l’intera panoplia di sanzioni dirette e secondarie che hanno portato tutto in stallo. I conservatori cercano il consenso anche contestando che l’intesa non solo ha limato la sovranità iraniana, ma non ha nemmeno portato benefici al Paese.

Domenica il consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense, Jake Sullivan, ha detto alla CBC che sono stati avviati contatti per arrivare alla liberazione di cittadini americani detenuti pretestuosamente in Iran – “un oltraggio totale” lo ha definito. Mentre nei giorni scorsi gli Usa hanno rimosso le restrizioni alla libertà di movimento imposte dall’amministrazione Trump contro i diplomatici iraniani a New York; hanno ritirato la dichiarazione, sempre d’èra Trump, con la quale gli invocavano lo snapback delle sanzioni Onu su Teheran da parte del Consiglio di Sicurezza; hanno espresso disponibilità a partecipare a quell’incontro informale attorno al Jcpoa.

Il punto è questo: l’amministrazione Biden non ha priorità eccessiva riguardo all’Iran. Teme che la questione possa essere usata per accuse interne (sull’interesse a certi dossier rispetto a quelli che riguardano più da vicino gli americani, la pandemia e la crisi economica). Teme inoltre che togliere subito le sanzioni possa comportare la privazione di una leva negoziale con cui portare la Repubblica islamica a qualche ulteriore allentamento. Su questo Teheran pare non sentire ragioni, aggravata dal peso della politica interna, delle elezioni e del disastro economico e sanitario (l’uno connesso all’altro).

Prova a usare da leve negoziali le violazioni – come la produzione di minime quantità di uranio o appunto la fine delle ispezioni e del Protocollo addizionale siglato con la Iaea che prevede anche l’accesso alle telecamere a circuito chiuso degli impianti. Prova a fare pressione lasciando comunque la porta aperta. Le pressioni ricadono sull’Onu e sugli altri partner del Jcpoa, soprattutto sugli europei, che hanno trovato il modo di mettere a disposizione la diplomazia per trovare una soluzione, ma sono consapevoli che se le priorità di Iran e Usa non si incontrano sarà difficile andare oltre.

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