L’Italia è tra i Paesi che appoggiano la dichiarazione canadese contro l’utilizzo della detenzione arbitraria come strumento diplomatico per mettere pressione ad altri Stati. Una pratica molto sfruttata negli ultimi anni da diversi regimi, a partire dalla Cina. Come in un caso che riguarda Huawei

C’è anche l’Italia tra i 57 Stati che hanno appoggiato la dichiarazione canadese contro la detenzione arbitraria nella relazione tra Stati. “Un quarto dei Paesi [del mondo], da tutti i continenti, si unisce per dire a coloro che vengono arrestati arbitrariamente per motivi diplomatici che non sono soli. Siamo con loro”, ha dichiarato il ministro degli Esteri canadese Marc Garneau ringraziando il predecessore François-Philippe Champagne, oggi ministro dell’Innovazione, per aver avviato il processo. “Questa pratica illegale e immorale mette a rischio i cittadini di tutti i Paesi e mina lo Stato di diritto”, ha aggiunto il capo della diplomazia di Ottawa.

LA CINA OSSERVATA SPECIALE

A chi è rivolta l’iniziativa appoggiata “incondizionatamente” dagli Stati Uniti come ha dichiarato il segretario di Stato Tony Blinken? Ottawa esclude che ci siano target specifici. Ma è sufficiente dare un’occhiata alle reazioni per rispondere a questa domanda. Già prima dell’ufficializzazione della dichiarazione, il Global Times, organo in lingua inglese della propaganda cinese, aveva citato anonimi esperti per sostenere che che l’iniziativa è “un attacco aggressivo e sconsiderato progettato per provocare la Cina”. Lanciata l’iniziata, l’ambasciata cinese in Canada ha diffuso una nota in cui sostiene che i tentativi canadese di “fare pressione sulla Cina usando la ‘Megaphone Diplomacy’” finiranno “in un vicolo cieco”.

IL CASO HUAWEI

È la stessa dichiarazione del portavoce di Pechino a Ottawa a spiegare le ragioni del nervosismo: il diplomatico mette nel mirino Kenneth Roth, direttore dell’ong Human Rights Watch, che nel corso della presentazione dell’iniziativa ha accusato la Cina di detenzione arbitraria di Michael Kovrig e Michael Spavor, due cittadini canadesi arrestati in Cina nel dicembre 2018 dopo che le autorità canadesi avevano fatto scattare le manette ai polsi di Meng Wanzhou, Cfo del colosso tecnologico cinese Huawei, leader del 5G, e figlia del fondatore del gruppo, fermata su richiesta delle autorità statunitensi che la vogliono processare con accuse di frode legate al commercio con l’Iran. Più recentemente, come raccontato su Formiche.net, è stata presentata — dopo ben sei mesi di detenzione — l’accusa (spionaggio) contro Cheng Lei, conduttrice australiana di Cgtn di origini cinesi che aveva criticato il presidente cinese Xi Jinping per la gestione della pandemia: un arresto che ha alimentato le tensioni tra Pechino e Canberra. Ed è proprio da Canberra, dal think tank governativo Australian Strategic Policy Institute, che proviene un rapporto sull’aumento esponenziale dell’utilizzo della detenzione arbitraria come strumento diplomatico da parte cinese.

GLI ALTRI STATI NEL MIRINO

Ma l’iniziativa non riguarda interessare soltanto la Cina. Anche l’Iran, basti pensare al caso di Nazanin Zaghari-Ratcliffe, operatrice umanitaria britannico-iraniana, arrestata nel 2016 e condannato a cinque anni con l’accusa di aver complottato per rovesciare il regime di Teheran. Pure la Russia, con il caso di Alexei Navalny il cui arresto è stato definito “arbitrario” dai ministri degli Esteri del G7 (tutti aderenti all’iniziativa di Ottawa). E la Corea del Nord, altro Paese che ha spesso utilizzato le detenzioni arbitrarie come arma di ricatto diplomatico.

L’APPOGGIO ITALIANO

Congratulazioni al Canada sono arrivate anche dal ministero degli Esteri italiano, guidato da un Luigi Di Maio (che all’epoca del Conte I che fece sì che l’Italia diventasse il primo — e unico — Paese del G7 a firmare il memorandum d’intesa sulla Via della Seta, era allo Sviluppo economico) confermato alla guida della diplomazia italiana anche nell’esecutivo di Mario Draghi. Il nostro Paese, si legge su Twitter, è “pronto a impegnarsi in modo costruttivo con i partner internazionali per porre fine a questa pratica atroce”. Come leggere l’adesione dell’Italia a questa dichiarazione annunciata in una fase in cui i rapporti tra la Cina e le democrazie “occidentali” continuano a peggiorare su più fronti, dal commercio alle situazioni di Hong Kong e dello Xinjiang? Non possiamo dimenticare il caso di Patrick Zaki, ricercatore presso l’Università di Bologna detenuto da un anno in Egitto, né la voce italiana in difesa di Navalny. Ma, come detto, l’obiettivo principale dell’iniziativa è Pechino. E visto che il nostro Paese non ha (fortunatamente) dossier di detenzioni arbitrarie aperti con la Cina, quello che proviene da Roma potrebbe essere un messaggio diretto a Pechino sul 5G e in linea con la visione atlantista del neopresidente Draghi. Un segnale inviato proprio nelle fasi in cui il nuovo governo è al lavoro sul Recovery fund che attualmente prevede 46 miliardi di euro destinati alla digitalizzazione. Un tesoretto su cui hanno messo gli occhi diverse società, tra cui le cinesi Huawei e Zte, verso le quali l’ostilità degli Stati Uniti (che le accusano, come il Copasir, di spionaggio — accuse sempre respinte) non è diminuita nonostante il campo della guardia tra Donald Trump e Joe Biden alla Casa Bianca.

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