Telefonata di saluto tra il nuovo delegato speciale per la Libia e il (rinnovato) ministro italiano. Il Paese è ancora in una situazione delicata: l’Italia può avere un ruolo in questa fase di stabilizzazione?

Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha avuto un colloquio telefonico con il nuovo inviato delle Nazioni Unite per la Libia, Jan Kûbis. La Farnesina precisa che nel corso della telefonata è stato “confermato il sostegno dell’Italia all’azione delle Nazioni Unite in Libia” ed è stato mostrato “apprezzamento per elezione dell’autorità esecutiva unificata libica” e “supporto alla missione Irini nel Mediterraneo”.

La conversazione assume un significato interessante se inquadrata nel momento temporale. In questi giorni si celebrano i dieci anni dalla rivoluzione libica, momento in cui i libici hanno conosciuto la spinta ottimistica verso la libertà, salvo poi piombare in un decennio caos che vede la situazione nel Paese è ancora instabile.

Le armi si sono momentaneamente fermate dopo l’ultima guerra lanciata dai ribelli dell’Est contro la capitale – e il governo Gna con cui le Nazioni Unite avevano cercato, nel 2015, dopo un esile armistizio, di rappacificare il Paese. Il confronto è attualmente passato sul piano politico, con il governo d’unità – che prende acronimo di Gnu – recentemente nominato grazie a una votazione speciale indetta dall’Onu. Processo che rischia di non ottenere la fiducia politica.

Come fa notare su queste colonne Umberto Profazio (IISS), la peculiarità principale della Libia “da dieci anni a questa parte sembra consistere nel tramutarsi con notevole disinvoltura da scontro politico a conflitto armato e viceversa, senza alcuna soluzione di continuità”.

Anche il nuovo consiglio presidenziale istituito per formare il governo ad interim – col compito di traghettare il Paese fino alle votazioni del 24 dicembre, indette anche quelle dall’Onu – è già stato oggetto di critiche infatti. Il forum che ha eletto il consiglio “è ampiamente considerato come un gruppo di politici avidi e opportunisti con poca legittimità o influenza”, scrive una recente analisi del Carnegie Endowement.

Inoltre uno dei grandi problemi riguarda gli attori esterni e la loro influenza sulle posizioni assunte dai player politici all’interno del paese e dalle formazioni miliziane – col rischio che di nuovo, come successo per questi cinque instabili anni con il Gna, le milizie siano più forti del governo in carica Gnu.

Durante la mediazione del cessate il fuoco nello scorso ottobre, le Nazioni Unite avevano chiesto che i circa 20mila combattenti stranieri, supportati da Turchia, Egitto, Russia, Emirati Arabi Uniti e Qatar, lasciassero il Paese. Ma sembra altamente improbabile che ciò avvenga. Le sfere di intervento, che hanno trasformato la Libia in una guerra per procura, sono ormai diventate sfere di influenza.

I diversi attori regionali restano disposti in Tripolitania e in Cirenaica con visioni nettamente divergenti, mentre si dipana il gioco politico interno – anche questo piuttosto complesso. Sembra di essere rimasti fermi per oltre un decennio, sebbene i morti siano aumentati e le condizioni generali del paese siano peggiorate.

L’Italia può tornare a giocare un ruolo dopo aver perso terreno davanti agli impegni più diretti – e armati – di altri attori come Turchia, Russia, Egitto ed Emirati? Possibile per Roma un nuovo ruolo in Libia, difendendo gli interessi nazionali; giocando di sponda con gli Stati Uniti che stanno spingendo molto sulla necessità di una transizione e ricomposizione ordinata della stabilità libica; sfruttando la posizione di guida nella missione Irini; muovendo i pezzi della diplomazia, a cominciare dall’inviato speciale recentemente nominato fino ai contatti interni gestiti dall’Aise.

La telefonata del ministro Di Maio, tra le prime dopo aver ricevuto la conferma del mantenimento dell’incarico nel governo Draghi, conferma la volontà italiana di essere coinvolta, sebbene Roma non intenda giocare carte diverse da quelle diplomatiche – attualmente fondamentali per convincere chi ha asset militari a lasciare i fronti. Elemento cruciale – quanto come detto complicatissimo – per evitare che il confronto politico sfoghi in un nuovo scontro militare.

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