Conversazione con il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’Ue, che a Formiche.net commenta il nuovo Action plan della Commissione sulle sinergie industriali: “È al servizio di un’ambizione politica e industriale, la sovranità tecnologica”. E sul Fondo da 7,9 miliardi, il bicchiere è “mezzo pieno”

L’autonomia strategica dell’Europa non è “autonomia da qualcuno, ma capacità di agire da soli se necessario, con i partner quando possibile”. È la definizione su un dibattito vivace tra le cancellerie europee (toccato anche da Mario Draghi) che ci offre il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’Unione europea, il massimo organo militare dell’Ue che a gennaio ha festeggiato i primi vent’anni di attività. Formiche.net lo ha raggiunto per commentare le novità sul fronte della Difesa comune (compreso il dibattito sui rapporti con la Nato), a partire dall’Action plan della Commissione europea, presentato la scorsa settimana e volto a rafforzare le sinergie tra industria militare, civile e spaziale. Si inserisce in un quadro già ampio, tra il fondo Edf di prossimo avvio, la Pesco, e l’attesa “bussola strategica” che dovrà mettere ordine su obiettivi e finalità.

Generale, partiamo dal nuovo Piano d’azione della Commissione. Che contributo offre alla struttura della Difesa comune?

Abbiamo, per la prima volta a livello europeo, un Fondo per la difesa che, fa parte di un’ambizione più ampia di costruire “l’Europa della difesa”, integrando al contempo la Pesco e la “bussola strategica”. La questione delle sinergie si pone in modo molto concreto. È importante poter parlare di sinergie perché l’Europa è uno dei principali fornitori di fondi in termini di sviluppo tecnologico attraverso la ricerca, il programma spaziale europeo, la sicurezza civile e anche la tecnologia digitale. L’obiettivo del citato piano d’azione è collegare le tre dimensioni (civile, spazio e difesa) al servizio di un’ambizione politica e industriale: la sovranità tecnologica.

Tra le undici azioni concrete, quali le sembrano le più rilevanti?

Vorrei evidenziarne almeno tre. In primo luogo, la sorveglianza sulle tecnologie critiche. È infatti essenziale essere in grado di definire congiuntamente un elenco di tecnologie considerate critiche. Solo per citarne alcuni: cloud, processori, tecnologie spaziali, crittografia quantistica. Tali tecnologie dovranno essere oggetto di particolare monitoraggio al fine di concentrare i nostri sforzi sulla riduzione delle potenziali dipendenze. Così l’Europa si sta dando l’ambizione, il metodo e i mezzi per affrontare la sfida tecnologica, con determinazione e senza ingenuità. Poi c’è lo sviluppo dei tre progetti faro, a partire dai droni, e quindi anche la capacità di integrare il know-how militare nella tecnologia dei droni civili.

E la gestione del traffico spaziale?

È una componente-chiave per garantire un accesso indipendente allo spazio e costruire credibilità di fronte alle azioni in quest’area da parte dei nostri alleati, come gli Stati Uniti. Si lega al terzo progetto “faro”, la connettività satellitare. Significa connettività per tutti, resilienza e capacità di garantire il backup delle reti terrestri, nonché sicurezza delle comunicazioni quantistiche. Infine, vorrei segnalare il sostegno all’innovazione e, in particolare, all’innovazione dirompente.

Perché?

Perché è uno degli elementi chiave del nostro successo, ossia garantire la coerenza tra gli strumenti a supporto di queste innovazioni. Sappiamo che molto spesso è integrando la dimensione della difesa in questioni di innovazione disruptive che gli americani riescono a far avanzare lo sviluppo tecnologico. Non a caso la Commissione sta creando una rete di “incubatori di innovazione” che consentano di portare alla luce le migliori innovazioni che possono avere un interesse per la difesa. È un chiaro segnale della determinazione a garantire l’autonomia strategica dell’Europa e il suo posto sulla scena mondiale, perché dalla padronanza di queste tecnologie dipenderà molto del peso dell’Europa nei prossimi vent’anni.

A proposito, sono proprio vent’anni che opera il Comitato militare dell’Ue. L’organo ha funzionato per come era stato pensato?

Sì, anche se dal quel gennaio 2001 il mondo ha preso a cambiare con una velocità che mai avevamo conosciuto prima: l’attacco alle Torri gemelle, la crisi mondiale della finanza, le primavere arabe, la crisi libica, il nuovo ruolo assunto da alcune potenze statuali. E ancora l’affermarsi, in modo particolare dal 2014 in Ucraina, della pratica dell’hybrid e della proxi warfare. In questo quadro si è poi inserita la pandemia.

Il Covid-19 cambia le carte?

È un evento di portata epocale, le cui conseguenze iniziano solo ora a mostrarsi nella loro portata reale. Siamo chiamati a confrontarci con un contesto geopolitico sempre più in rapida evoluzione, dove gli interessi di tutti gli Stati membri dell’Ue risultano inscindibilmente connessi e nessun Paese è in grado, da solo, di garantire la propria sicurezza. Quello che ci attende è sicuramente uno scenario internazionale che non sarà di certo più sicuro di quanto fosse prima della pandemia. È più importante che mai, quindi, che il punto di vista di chi quotidianamente opera sul terreno sia presentato nei processi decisionali delle istituzioni europee. A distanza di venti anni ritengo, quindi, che sia ancora più importante il ruolo del Comitato che presiedo, il quale riunisce i 27 capi di Stato maggiore dei 27 Paesi membri dell’Unione europea.

Ha citato la “bussola strategica”, attesa novità sul fronte della Difesa comune…

Nel giugno 2020 il Consiglio ha formalmente invitato l’Alto rappresentante a sviluppare, in stretta consultazione con gli Stati membri, una bussola strategica, lo Strategic Compass. Un documento politico generale di alto livello che consentirà di avere un’analisi condivisa dei rischi e delle sfide che i Paesi dell’Unione sono chiamati a fronteggiare; fornirà orientamenti e priorità politiche e rafforzerà la coerenza tra le iniziative di difesa e sicurezza comune. Si tratta, in sintesi, di un’iniziativa strategica sulle attuali e future esigenze di sicurezza e di difesa dell’Europa concordata dai 27, di prevista approvazione durante il semestre di turno di presidenza francese del 2022.

A che punto siete nella definizione dello Strategic Compass?

Proprio in queste settimane è in corso il processo decisionale politico al quale il Comitato sta fornendo “input militari tempestivi” affinché la voce degli end users sia tenuta nella giusta considerazione e integrata nella fase di finalizzazione della bussola strategica. Per noi, in questa fase, è importante continuare a supportare le istituzioni europee affinché lo Strategic Compass possa fornire risposte concrete alla dimensione di difesa e sicurezza comune europea.

Resta intanto vivace il dibattito sulla “autonomia strategica europea”. Lei che definizione ne dà?

Vivace è una classificazione interessante. Effettivamente nell’ultimo periodo si è sviluppato un interessante dibattito tra diverse cancellerie europee, in particolare tra Parigi e Berlino, che poi, ovviamente, ha interessato tutte le capitali. Proprio la settimana scorsa il presidente Draghi è intervenuto sull’argomento. Dalla mia prospettiva europea di presidente del Comitato militare, posso dire che le posizioni emerse riguardo l’autonomia strategica possano essere lette positivamente per due ordini di motivi. Il primo, perché il solo parlarne è di per sé una buona notizia; significa che sia sta finalmente sviluppando un dibattito paneuropeo che coinvolge le opinioni pubbliche europee. In seconda battuta, perché nel confronto fra le diverse posizioni possiamo trovare slancio e vigore, per consolidare quello spazio autonomo per l’Ue che evidentemente deriva anche dal mutato atteggiamento strategico di Stati Uniti e Nato nello scenario internazionale.

Ma per lei cosa è effettivamente l’autonomia strategica?

Personalmente ritengo debba essere chiaro che quando parliamo di “strategic autonomy” non intendiamo l’autonomia da qualcuno, ma la capacità di agire da soli se necessario, con i partner quando possibile. Vorrei fosse chiaro che il contrario di autonomia è dipendenza. Noi come europei vogliamo veramente dipendere da qualcuno? Non credo, vogliamo sicuramente collaborare, ma non possiamo dipendere da nessuno.

E il rischio di sovrapposizioni con la Nato lo ritiene concreto?

No, perché le iniziative di difesa europea non sono e non possono essere in contrapposizione alla Nato. Quest’ultima è un’alleanza militare, mentre l’Ue è un’organizzazione internazionale politica ed economica, che impiega tutti gli strumenti del potere, compreso quello militare. Anzi, le dirò di più, stiamo molto investendo sul “Single set of forces”, ossia sull’allineamento dei piani finanziari e sull’ottimizzazione delle risorse in modo che ogni euro investito per la Difesa europea rafforzi ancor di più l’Alleanza Atlantica. Questo approccio alle iniziative di difesa comune non solo aumenterà la capacità dell’Ue di agire autonomamente quando necessario, ma rafforzerà anche il contributo dell’Europa alla Nato. La Nato, forse diversa da come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, continuerà ad essere il pilastro della difesa collettiva dell’Europa. È importante, però, capire che un’Europa più forte rende più forte l’Alleanza Atlantica.

C’è su questo l’opportunità per rinvigorire i rapporti tra Vecchio continente e Usa?

Sì. Ritengo che il 2021 può e deve essere l’occasione per rilanciare il dialogo tra le due sponde dell’Atlantico e affrontare questi temi nel quadro delle storiche alleanze, che vanno rinvigorite in un momento in cui alcuni attori statuali (come Russia e Turchia, solo per citarne alcuni) stanno affermando la propria presenza in diverse aree, dal Mediterraneo alla Libia, fino all’Africa sub sahariana.

Ha citato all’inizio il Fondo europeo per la Difesa, Edf. Conterà 7,9 miliardi per sette anni, meno dei 13 proposti dalla Commissione europea nel 2018. Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Sono portato a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Chiaramente 13 miliardi sono meglio di otto, ma è anche vero che otto sono meglio di zero. L’Edf ha lo scopo di fornire un sostegno finanziario, sia alle attività nel campo della ricerca, sia a quelle più direttamente finalizzate allo sviluppo e acquisizione di capacità militari, gettando le basi affinché l’industria della difesa dell’Ue mantenga in Europa il know-how. Il fondo è destinato a sostenere e rafforzare la filiera industriale della difesa, che rappresenta un asset strategico per l’economia del continente. Nel 2019 ha dato lavoro a 890mila persone con alta preparazione tecnica, registrando un fatturato pari a circa 260 miliardi di euro. Un’industria che è il volano per circa 2.500 piccole e medie imprese europee. Quello delle piccole e medie aziende è un ecosistema di eccellenze soprattutto per lo sviluppo delle “disruptive technologies”, come artificial intelligence, quantum computing, robotica, blockchain and cloud europeo.

E per l’industria italiana in particolare?

Come dicevamo prima, il quadro internazionale è magmatico, e in questo contesto appare evidente che primato tecnologico significa anche egemonia geopolitica e militare, e che la rincorsa europea alla “tech sovereignty” risponde a questa necessità. In questa nuova dinamica europea, la filiera industriale italiana ha tutte le caratteristiche per ben figurare nello sviluppo di nuove piattaforme per i “tradizionali domini”, per il cyber-space e, allo stesso tempo, giocare un ruolo rilevante nella componentistica software e proprio in quella o delle disruptive technologies. L’intero sistema, ossia politica, Forze armate e industria, è chiamato a uno sforzo prima di tutto progettuale e di prospettiva per supportare un settore strategico (e vitale) per il nostro Paese.

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