È da Port Sudan che Mosca dovrebbe iniziare la costruzione di una base navale che potrà ospitare fino a quattro navi da guerra e un personale di 300 unità, e potrà essere usata come base logistica per il commercio di armamenti

Incrocio di navi da guerra a Port Sudan, principale porto sudanese sul Mar Rosso, dove nei giorni scorsi una fregata russa ha attraccato usando lo stesso molo lasciato qualche ora prima da due navi militari americane. Conferma di come sia altissimo l’interesse su quelle rotte che collegano il Mediterraneo all’Indo-Pacifico, l’Europa all’Asia.

La fregata “Ammiraglio Grigorovich”della Flotta del Mar Nero è arrivata lunedì primo marzo a Port Sudan “nel quadro delle relazioni in corso tra Sudan e Russia e del rafforzamento della cooperazione tra la forza navale sudanese con la controparte russa”, scrive la locale Suna. Mentre la flotta del Cremlino precisa in un comunicato diffuso dall’agenzia di stampa Interfax che si tratta della “prima nave da guerra russa a entrare a Port Sudan”.

È là che Mosca dovrebbe iniziare la costruzione di una base navale che — secondo una annuncio ufficiale analizzato pochi mesi fa da Formiche.net — potrà ospitare fino a quattro navi da guerra e un personale di 300 unità, e potrà essere usata come base logistica per il commercio di armamenti (ovviamente l’ottica commerciale non riguarda solo il Sudan, ma tutta quella fascia africana). Sulla base, l’agenzia stampa turca Anadolu ha riportato in questi giorni una smentita interessante da una “fonte militare sudanese” — che dice è “questione non risolta ancora” — ma è probabile che sia un gioco tattico informativo sia da parte di un media legato al governo di Ankara (non nuovo a frecciate verso il coopetitor russo), sia dei sudanesi (che comprendono la delicatezza del momento e della posizione).

La Grigorovich è stata infatti anticipata la scorsa settimana dalla nave americana “USNS Carson City”, “la prima in Sudan dopo decenni, a sottolineare la volontà delle forze armate Usa di rafforzare la loro rinnovata partnership con le forze armate sudanesi”, secondo quanto precisato in un comunicato dall’ambasciata statunitense a Khartoum — che, dopo l’accettazione degli accordi di Abramo, è stata tolta dalle liste dei Paesi paria finanziatori del terrorismo da Washington, permettendo la riapertura delle relazioni diplomatiche col Sudan. Pochi giorni dopo, nel porto a metà del Mar Rosso aveva fatto scalo anche la “USS Winston Churchill”, “la seconda nave che si ferma in Sudan questa settimana” a dimostrazione del “supporto degli Stati Uniti alla transizione democratica” del paese e dell’intenzione americana “di rafforzare la partnership”, spiegava sempre l’ambasciata Usa —che in quegli stessi giorni ha curato la visita sudanese del vice del vice-comandante di AfriCom, arrivato a giocare un ruolo della diplomazia militare simile a quello che cerca Mosca.

Il bacino ristretto del Mar Rosso si sta dimostrando punto di frizione nell’ambito del rinnovato confronto tra potenze, basta allargare lo sguardo. Più a sud del Sudan c’è la strozzatura talassocratica del Corno d’Africa (strategica anche per l’Italia), dove Gibuti è stata pseudo-militarizzato per controllare lo stretto di Bab el Mandeb, che apre all’Indiano e alle rotte asiatiche doppiando la Penisola arabica. Sul lato orientale, ossia sull’altra sponda lontana poche dozzine di miglia nautiche da Port Sudan, c’è Yanbu, uno dei porti che gli Stati Uniti intendono implementare come base navale in territorio saudita (pensando all’esigenza tattica di allontanarsi dall’Iran e a quella strategica di avvicinarsi alle rotte che interessano alla Cina). A nord c’è Suez, porta per il Mediterraneo e per l’Europa.

Condividi tramite