La Russia inaugurerà una base militare nel Mar Rosso. Sarà in Sudan, a pochi chilometri da un porto che la Cina ingloba nella Via della Seta e poco a nord del Corno d’Africa. Un contesto incandescente che rischia di esplodere, “un punto di frizione tra grandi potenze”, spiega Donelli (UniGenova)

Secondo quanto ufficialmente annunciato dal governo di Mosca, la Russia inizierà la costruzione di una base navale in Sudan. Sarà posta lungo l’asse del Mar Rosso, esattamente a Port Sudan.

L’infrastruttura potrà ospitare fino a quattro navi da guerra e potrà essere usata per il commercio di armamenti: due dei grandi interessi russi nella regione africana. Ossia: l’export bellico, per creare dipendenza e influenza attraverso questo mercato nei paesi del continente; la presenza in uno dei più importanti lineamenti talassocratici del pianeta – l’asse Mar Rosso, Suez, Corno d’Africa che connette Mediterraneo e Oceano Indiano – su cui la Russia ha da sempre interesse, come dimostra il centro logistico militare in Eritrea e l’attenzione non ancora concretizzata su Gibuti e Somaliland.

Il Sudan diventa allora un Paese fondamentale. Mosca ha coltivato i rapporti col nuovo sistema di potere locale, seguendo il solco già tracciato nell’era al Bashir. Lo scorso anno ha chiuso un accordo di cooperazione militare con Khartum (durata sette anni) e ha investito nel paese uno dei suoi asset di influenza militare migliori: il Wagner Group. La milizia privata è usata dal Cremlino per intervenire in ambienti in cui occorre portare avanti lavori sporchi e clandestini (esempio: la guerra civile sudanese), e sfrutta certi contesti per sviluppare reazioni critiche per Mosca.

Relazioni con grosso tornaconto come quelle sviluppate con i generali sudanesi che vedono nella Russia una protezione. È molto interessante a proposito notare che a una sessantina di chilometri a nord della futura base militare russa di Port Sudan, ad Haidob, la Cina sta ultimando la costruzione di un porto che servirà come snodo di facilitazione per alcuni vettori inseriti nella Via della Seta. Costruito dalla China Harbor Engineering Co, l’impianto sarà dedicato al trasporto di bovini, cammelli e pecore per i mercati principalmente asiatici.

L’infrastruttura sarà gestita dalla statale Sea Ports Corp, ed è probabile che il governo cinese decida di posizionare in quella postazione (dal valore strategico) anche elementi non-civili. Intelligence o scali per missioni militari, che potrebbero fare leva sulla vicinissima base di Gibuti. Un esempio, questo in Sudan, di come l’apparente asse strategico tra Russia e Cina si giochi anche su un terreno competitivo.

A Port Sudan l’infrastruttura portuale è gestita dalla emiratina DP World, gigante doble del settore, con Abu Dhabi che pensa al Mar Rosso come un segmento nevralgico della strategia della “collana di porti”. Ma non solo: da quel punto della costa sudanese si guardano Gedda e la Mecca, due delle città più importanti dell’Arabia Saudita, che tra le altre cose sta strutturando il Consiglio del Mar Rosso, un raggruppamento economico-commerciale, ma dal chiaro fondo geopolitico, dal quale per ora Riad ha escluso gli Emirati e l’Etiopia.

Un “incrocio in un’area delicatissima e assai fragile”, spiega a Formiche.net Federico Donelli, post-doc all’Università di Genova, che sta concentrando la sua attività di ricerca sulla militarizzazione del Corno d’Africa e lo scorso anno ha pubblicato “Le due sponde del Mar Rosso: la politica estera degli attori mediorientali nel Corno d’Africa” (Mondadori Università, 2019).

“La Russia ha ripreso con significativo interesse la politica verso l’Africa, ma finora era pressoché assente nel Mar Rosso e con rapporti quasi esclusivamente economici con il Sudan. Per capirci, nel piccolo Stato di Gibuti abbiamo la prima base cinese all’estero, a circa dieci miglia la base americana, e a poche miglia c’è quella francese (una presenza storica). Sempre a Gibuti, a seguito del posizionamento cinese sono arrivati i giapponesi: dopo aver limitato per anni l’uso della forza, Tokyo ha scelto, formalmente per proteggere attività umanitarie nell’area, di posizionare un contingente che ha anche il compito di contenimento. E ora viene da chiedersi cosa farà l’India, altra potenza concentrata nel contenere la Cina e che da alcuni anni opera nel settore umanitario in alcuni paesi dell’area”, spiega Donelli.

“L’intreccio di interessi in materia di sicurezza, economia e politica nel Corno d’Africa tra attori locali ed esterni è notevolmente aumentato negli ultimi anni. In particolare, la militarizzazione del Mar Rosso è un fenomeno da seguire per l’impatto che potrebbe avere sul transito commerciale. Sono dell’idea che il Mar Rosso sia effettivamente una cartina di tornasole degli equilibri globali presenti e futuri”, aggiunge l’esperto italiano.

Perché? “Tutte le principali potenze si trovano raggruppate nell’area con interessi in alcuni casi complementari e sovrapposti ma in molti altri competitivi. A questo si aggiunge l’instabilità crescente nel Paese che storicamente dà stabilità all’area, l’Etiopia, che sta affrontando la guerra civile. Aggiungiamoci che il Sudan è uno Stato in fase di transizione, con un governo non rappresentativo della società civile; la Somalia è uno stato fragile, l’Eritrea instabile e, infine, la disputa sulle acque del Nilo (dove tra Etiopia ed Egitto è in corso un confronto molto duro collegato a un diga etiope, ndr)”.

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