Il proprietario della Wagner, società per la guerra privata del Cremlino, ha sulla testa una taglia dell’Fbi, che offre 250mila dollari a chiunque offra informazioni utili per catturarlo. Per comprendere il ruolo della Wagner basta allungare l’occhio alla Libia, dove la società muove le carte dell’influenza russa nella sponda sud del Mediterraneo

L’Fbi ha messo una taglia sull’imprenditore russo Yevgeniy Prigozhin. L’accusa è “coinvolgimento in una cospirazione per defraudare gli Stati Uniti, al fine di interferire con il sistema politico degli Stati Uniti, anche per quanto riguarda le elezioni presidenziali del 2016”; 250mila dollari andranno a chiunque fornirà informazioni utili per catturarlo. La Concord, una delle società di Prighozin, ha risposto provocatoriamente pubblicando l’indirizzo dell’abitazione del businessman e chiedendo a Washington la ricompensa. Il soggetto nell’obiettivo del Bureau è notissimo: conosciuto come “lo chef di Putin” per i servizi di catering che forniva al Cremlino con un’altra delle sue società, è l’uomo che ha creato la cosiddetta “Fabbrica dei Troll” di San Pietroburgo (cuore dell’infowar russa, come quella messa in moto contro Usa2016) ed è proprietario attraverso scatole cinesi del Wagner Group. Quest’ultima è la società militare privata che Vladimir Putin ha usato per entrare in diversi scenari di crisi. Per compiere il lavoro sporco senza insegne ufficiali e trasformare sfere di intervento in vettori di influenza geopolitica. Si veda la Libia, un caso che fa da esempio.

Dopo diversi contatti con il signore della guerra dell’Est libico, Khalifa Haftar, Mosca ha inviato la Wagner in Cirenaica (la data è incerta, ma più o meno nel 2017). Una presenza rafforzata nel novembre 2019 per dare sostegno alle ambizioni del capo miliziano che intendeva rovesciare il governo onusiano Gna – costruito dalle Nazioni Unite nel 2015 con approvazione chiaramente unanime del Consiglio di Sicurezza, di cui la Russia è membro permanente. Lo schieramento russo era (ed è) pura destabilizzazione, per sfruttare il caos a proprio vantaggio. Mosca prestava suoi uomini qualificati (ex forze speciali passati al settore privato) per un’operazione militare che andava contro un percorso politico di cui faceva parte. Tutto in forma clandestina, dato che il Cremlino nega qualsiasi legame con Prigozhin, sebbene lo Chef sia parte della cerchia più intima del potere, presente a vari meeting nevralgici come quello con Haftar a novembre 2018 (ad aprile dell’anno successivo partirà l’assalto a Tripoli).

L’intervento a sostegno di Haftar si è trasformato nella creazione di avamposto nell’Est della Libia, affacciata sul Mediterraneo e davanti alle coste strategiche Nato della Sicilia. Per esempio, mentre la Marina russa intende sfruttare lo scalo haftariani di Bengasi, recentemente gli uomini della Wagner hanno scavato un sistema di trincee fortificate lungo una settantina di chilometri tra Jufra (dove la Russia ha spostato alcuni cacciabombardieri) e Sirte (città sulla costa sul punto di separazione Est/Ovest). È evidente che un’opera del genere non sia temporanea, ma serve a marcare quella sfera di influenza nel paese già frazionato da divisioni regionali interne. Di questa presenza ha recentemente parlato anche l’Onu nell’ennesimo report che quantifica le forze straniere in Libia, anticipato dal Washington Post in esclusiva. I russi sono circa duemila, e coordinano miliziani Janjaweed sudanesi e altri ciadiani sotto la guida del comandante Dmitri Utkin, un ex Spetsnaz, capo supremo dei contractor.

Secondo l’Onu, questi e i miliziani veterani siriani spostati dalla Turchia in Tripolitania, sono uno dei grandi problemi della Libia – che fatica a trovare la via per consolidare il processo di destabilizzazione, mentre un altro report Onu accusa di brogli il voto che ha portato alla designazione di un nuovo primo ministro. Pagati circa 3600 dollari al mese, gli uomini della Wagner (spesso ripresi in immagini dal posto) ormai amministrano il loro dispiegamento. Creano contatti locali, detestano i compagni di fronte (libici e altri, perché poco professionali), restano distanti dalle prime linee. Non servono a combattere, ma a essere presenti. Prigozhin in questo rappresenta uno dei più importanti vettori di influenza del Cremlino in aree di crisi (in Libia come nella Repubblica Centrafricana, in Sudan o Donbas e Siria).

Recentemente il Times ha pubblicato un pezzo informato in cui racconta che gli haftariani si sono stancati dei russi, li vorrebbero fuori dalla Libia, ma questi ormai hanno praticamente interrotto le comunicazioni con gli ex compagni di fronte (significato: ormai il loro incarico va ben oltre l’intervento) e rispondono solo al ministero della Difesa russo. “C’è un chiaro disagio tra gli alti ufficiali dell’LNA (la milizia di Haftar, ndr) alla prospettiva che i libici perdano ogni controllo sul processo decisionale”, ha detto un diplomatico occidentale al giornalista Samel al Atrush che ha firmato il pezzo. I mercenari russi sono diventati “i padroni”. Secondo il giornale inglese, l’amministrazione Biden sta pressando gli Emirati Arabi, alleati di Haftar e finanziatori della Wagner, di interrompere i pagamenti verso la Russia, così da portare la milizia ad abbandonare il campo. Come il processo negoziale guidato dall’Onu prevedeva, con una decisione che aveva messo tutti d’accordo sulla carta: tutti pronti a spostare i propri uomini dalla Libia (sebbene ne negassero molti dei dispiegamenti) entro il 23 gennaio, se non fosse che poi non è successo niente.

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