Un fattore di contro-narrazione alla propaganda terroristica: Francesco a Mosul, da dove lo Stato islamico pochi anni fa lanciava minacce contro Roma in cerca di proseliti

Il sito Mosul Eye ha pubblicato un parallelo tra due foto, una che riprende un murale in cui la propaganda dello Stato islamico minacciava l’invasione di Roma (cuore degli apostati, secondo la loro narrazione), e un’altra che riprende Papa Francesco nella piazza delle Quattro Chieste (con alle spalle l’edificio sacro cristiano distrutto dalla furia baghadista e già ricostruito). “Qui dove l’Isis aveva la sua roccaforte, Francesco cammina come pellegrino di pace”, ha scritto Paolo Rodari di Repubblica, tra i vari inviati italiani nella città in cui il 29 giugno del 2014 Abu Bakr al Baghdadi proclamò il Califfato.

Dopo che lo Stato Islamico ha preso il controllo di Mosul fondandoci la sua capitale amministrativa, il gruppo terroristico ha cercato di incutere timore nell’Occidente promettendo di conquistare Roma. Un topos nella comunicazione propagandistica del gruppo; comunicazione che per lunghi anni è stata la linfa vitale che permesso l’auto-altimentazione attraverso il proselitismo e l’emulazione prodotta a livello internazionale. Ma è stato Papa Francesco, il leader della Chiesa cattolica romana più volte finito tra le minacce dirette, che domenica 7 marzo è arrivato a Mosul, non i terroristi a Roma.

Il messaggio simbolico ha anche un valore più tecnico, perché per anni si è pensato alla dimensione comunicativa come l’elemento più forte, radicato e complesso da combattere – e contemporaneamente quello che nutriva le istanze dell’Is. “Quella di Francesco è una contro-narrazione potentissima, un messaggio di valore sociale che arriva alle radici dell’Iraq e della regione, quando per molto tempo temevamo che quella dimensione comunicativa sarebbe stata impossibile da sconfiggere”, spiega a Formiche.net Matteo Bressan, docente di Relazioni internazionali e studi strategici alla Lumsa e analista Nato Foundation e co-autore del secondo rapporto dell’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo recentemente presentato da Formiche.

Secondo Bressan tutto il viaggio di Papa Francesco, così come la sua agenda di incontri in Iraq, rappresenta qualcosa di epocale se teniamo ben presente cosa è avvenuto in questa terra poco più di due anni fa. “L’Iraq – continua – doveva essere nel 2003 il laboratorio della Global War on Terror (GWOT) dove si sarebbe dovuta affermare una democrazia sulle ceneri del regime di Saddam Hussein: sappiamo cosa è successo poi e ci ricordiamo la nemesi storica che ha vissuto l’Iraq come incubatore dello Stato Islamico”.

In questa terra provata e ferita dalla violenza dello Stato islamico “abbiamo assistito alla negazione della convivenza, al settarismo esasperato, alla violenza sulle donne, alla persecuzione delle minoranze e alla furia iconoclasta”, aggiunge Bressan: “Tutti noi abbiamo ben presente la capacità di comunicazione e la spietata, quanto efficace, propaganda dimostrata dall’ISIS e oggi, le immagini di Papa Francesco a Baghdad, Mosul, Qaraqosh, Ur, Najaf ed Erbil rappresentano un segnale di speranza in quella regione dove molte, troppe, restano le sfide irrisolte”.

“Negli anni del duro confronto con lo Stato Islamico si è spesso affermato che la dimensione e la risposta militare fosse solo una parte della sfida che attendeva la Comunità internazionale e gli iracheni per ricostruire il tessuto politico e sociale squarciato dell’Iraq e dare vita a nuove forme di convivenza inclusive e rispettose di tutte le comunità del paese. Ecco, la visita di Papa Francesco segna un coraggioso passo in avanti in questo percorso, tuttavia ancora ricco di ostacoli per il futuro dell’Iraq e per la stabilità della sua popolazione”, spiega il docente della Lumsa.

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