Londra ha ricevuto un contratto dall’Esa sui micro-lanciatori. La Francia rilancia l’asse a tre con Italia e Germania per una strategia comune sui vettori. Ma la competizione con SpaceX è davvero sostenibile? E il Regno Unito come sta giocando la partita? Conversazione con Marcello Spagnulo, ingegnere aeronautico, esperto aerospaziale e presidente del Marscenter

L’accesso allo Spazio si conferma al centro delle grandi manovre europee (e non solo). Tra micro-vettori, prospettive di viaggi interplanetari e orbite sempre più popolate, è il segmento in cui si registrano i maggiori movimenti, politici e industriali. Per capire il perché, ne abbiamo parlato con Marcello Spagnulo, ingegnere ed esperto aerospaziale, presidente del Marscenter. Pochi giorni fa, il ceo di Arianespace Stéphane Israël ha lanciato un allarme dalle colonne de Le Figaro sul futuro dello spazio in Europa e in particolare dei lanciatori Ariane e Vega. Ha rilanciato l’idea di una collaborazione con la Germania proprio sui lanciatori, tra l’altro a una settimana dalla visita a Roma del ministro francese Bruno Le Maire al Mise di Giancarlo Giorgetti, corredata dal contratto per Avio e dall’avvio di un tavolo “congiunto” italo-francese (che coinvolgerà anche Berlino), per definire “una strategia comune sul futuro dei lanciatori europei”.

Ingegnere, cosa si muove nel settore europeo?

Lo spazio è strategico e sta diventando sempre più un perno della geopolitica degli Stati, perché è un settore di rilievo non solo scientifico e industriale, ma soprattutto militare ed economico. Le dichiarazioni come quelle da lei citate devono quindi essere lette in una più ampia ottica prospettica, e non solo limitandoci allo specifico dei singoli aspetti, come per esempio i contratti industriali di cui è stato fatto cenno.

Dunque?

Dunque, i sistemi di lancio sono i fattori abilitanti per una politica spaziale che diviene importante per gli Stati, in quanto l’economia digitale, in cui siamo sempre di più immersi, dipende da sistemi cibernetici a Terra e nello Spazio; ecco che i progetti spaziali per nuovi lanciatori non sono solo strategici, ma anche commercialmente attraenti. Oggi, in questo settore, chi non si muove velocemente per realizzare prodotti e servizi innovativi e che magari sembrano futuribili, resterà indietro e dovrà dipendere da quelli americani o cinesi. Da anni, Berlino sta supportando la sua industria aerospaziale, dalle start-up alle medie e grandi imprese, per sviluppare lanciatori di nuova tecnologia e questo preoccupa Parigi. Da mezzo secolo, la Francia è il baricentro della strategia spaziale europea ma oggi, la Germania ha una potenza economica tale da consentirle di investire più di Parigi nell’Agenzia spaziale europea (Esa) e nel contempo di finanziare la propria industria. E così, il quadro consolidato da decenni dell’Europa dello Spazio si sta scomponendo e per Parigi il confronto con Berlino sta diventando conflittuale. Infatti, quello che dice chiaramente il ceo di Arianespace è che si delinea una concorrenza interna, perché in prospettiva i lanciatori tedeschi, oggi in fase di progettazione su scala ridotta, potrebbero evolvere e fare concorrenza diretta con i razzi dell’Esa.

E l’Italia?

Le conseguenze per l’Italia non sono per niente trascurabili e già si vedono, per esempio, nelle recenti decisioni europee sui ruoli di governance sia dell’Esa, sia della neocostituita European Space Program Agency (Euspa) di Bruxelles dove non ci sono italiani nei ruoli di vertice. Oggi, l’Italia ha un solo direttore in Esa, nonostante contribuisca finanziariamente quasi come la Francia, e questo è anzitutto un problema politico. Poi c’è il tema industriale, perché importanti comparti nazionali sono in condivisione con la Francia o da essa ne dipendono commercialmente (per esempio proprio nei lanciatori) e questo è un aspetto da considerare con attenzione. Il fermento non solo europeo, ma anche internazionale nei lanciatori (penso ai piccoli lanciatori Electron, Firefly o Astra per esempio) è un rischio competitivo diretto per il Vega, bisogna esserne consapevoli.

È possibile secondo lei, come sostiene il ceo di Arianespace, far fronte alla competizione della lanciatissima SpaceX?

Temo di no. Non vedo in Europa un’omogeneità politico-culturale che consenta di arrivare dove oggi sono gli altri. E lo dico da europeista, ma non come si dice in gergo “convinto”, bensì come dico io “consapevole”, che è cosa a mio avviso diversa. Quello che è successo negli ultimi dieci anni con la SpaceX ha dell’incredibile. Lo scorso 14 marzo, un Falcon 9 (che aveva già volato otto volte nei mesi scorsi) ha lanciato nello spazio altri 60 satelliti Starlink ed è poi rientrato a terra stabilendo il record di nove riutilizzi. Nel solo mese di marzo SpaceX ha lanciato 240 satelliti con soli quattro razzi, un lancio a settimana.

Numeri difficilmente eguagliabili?

Sì. Se guardiamo all’Europa, notiamo che dall’inizio dell’anno non c’è ancora stato un decollo dell’Ariane 5, mentre nel 2020 ne erano stati lanciati solo tre. I numeri parlano chiaro. La costellazione Starlink conta oggi oltre 1.200 satelliti in orbita, e se si pensa che ad aprile 2020 la Union of Concerned Scientists stimava 2.600 satelliti attivi, ci si rende conto che SpaceX sta letteralmente “invadendo” l’orbita terrestre. Sulla stampa d’oltralpe le dichiarazioni di allarme si ripetono da un paio di anni con una certa cadenza. A gennaio, Le Monde aveva pubblicato un editoriale sulla “fragilizzazione” dell’Europa vis-a-vis dei nuovi sistemi di lancio nel mondo, e il capo di Arianespace nel 2019 aveva parlato di un “far west” spaziale da parte di Elon Musk rimproverandogli una “colonizzazione dell’orbita” al di fuori di ogni regola. In verità, è lo stesso dirigente che solo cinque anni fa nel corso di un’audizione al Parlamento francese aveva assicurato che avrebbe battuto la concorrenza della SpaceX grazie alla riduzione dei costi del razzo europeo Ariane 5. Cosa puntualmente non avvenuta. Se si pensa inoltre che il nuovo Ariane 6 avviato nel 2014 è in ritardo, non volerà prima del 2022, e che lo stesso ministro Le Maire non lo considera un adeguato competitore del Falcon 9, vede che sussistono diversi motivi per essere dubbiosi nella possibilità degli europei di recuperare il gap attuale.

Nel frattempo l’Esa ha assegnato contratti a due startup del Regno Unito impegnate in micro-lanciatori. Anche Londra è della partita?

Sì, ed è un tema che avevamo già affrontato tempo fa. La strategia per una “Global Britain” annunciata da Theresa May e ripresa in continuità da Boris Johnson passa ovviamente anche per lo spazio. E la Brexit, inutile dirlo, ha liberato il Regno Unito da vincoli politici decisionali che sono invece sempre presenti nei progetti dell’Esa o della Ue.

E sui micro-lanciatori?

Su questo segmento, in particolare, c’è la questione che nel 2019, alla ministeriale Esa, la Gran Bretagna aveva investito 15 milioni di euro sul programma “Commercial space transportation services and support” e quindi ora l’agenzia, seguendo la regola del giusto ritorno, ha appaltato a ditte inglesi queste attività. Del resto, ormai da anni, il Regno Unito non investe una sterlina nei lanciatori dell’Esa. Non significa che non abbia una strategia nel settore, anzi. E l’Italia farebbe bene a pensare se quanto si sta facendo nell’aeronautica con il “Tempest” non sia una via percorribile anche nello spazio.

Arriviamo al Giappone, dove per la prima volta si è affidata la realizzazione di un satellite per telecomunicazioni ad Airbus, e non a aziende americane. Che segnale è?

È il segnale che l’industria aerospaziale francese resta comunque un player di rilievo con un network commerciale radicato. La società giapponese Jcsat, quella che ha appaltato il satellite alla Airbus, è nata negli anni ottanta per le comunicazioni e il broadcasting Tv ed è una delle più grandi società asiatiche del settore. Sin dagli esordi ha sempre acquistato satelliti e lanciatori dalle aziende americane, anche se negli anni novanta un paio di contratti di lancio furono appaltati anche all’Ariane. L’attuale contratto rappresenta poi un buon segnale perché bisogna considerare che il mercato dei grandi satelliti geostazionari per Tv e comunicazioni ha conosciuto un forte declino nell’ultimo decennio rispetto al precedente in cui si registravano ogni anno decine di ordini commerciali. Nel biennio 2018-2019 si sono avuti solo 14 ordini, e le cose sono andate un po’ meglio negli ultimi due anni. Eppure, la competizione della Tv via cavo e di Internet ha davvero ristretto questo mercato.

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