L’economista a Formiche.net, dopo l’alert della vigilanza bancaria sulla bolla immobiliare nell’ex Celeste Impero: il governo racconta quello che vuole ma la verità è che le crepe nell’economia cinese esistono da almeno 7-8 anni. E comunque la via della seta è già fallita. L’Europa e i vaccini? Strategia fallimentare, ma alla fine qualcuno ci metterà una pezza

La Cina ha un problema e non da oggi. Forse nemmeno da ieri. Negli ultimi tempi sono emerse crepe sempre più profonde in quella che per molti è ancora un’invincibile macchina da Pil. Un alto debito e una notevole pressione sul sistema bancario e sul comparto immobiliare hanno reso il Dragone un gigante dai piedi di argilla, per giunta a rischio bolla, come apertamente dichiarato dal capo della vigilanza bancaria e assicurativa cinese, Guo Shuqing.

Eppure il mondo intero era rimasto a bocca aperta quando ai primi del 2021, Pechino faceva sapere di aver chiuso il 2020, l’anno della pandemia per giunta originata proprio in Cina, con una crescita del Pil pari al 2%. Chi non la beve è certamente Carlo Pelanda, economista e docente di Geopolitica economica all’Università Guglielmo Marconi ed esperto di studi strategici.

LA BOLLA (NASCOSTA) CINESE

“Il settore immobiliare cinese è già in bolla, da almeno 20 anni”, spiega Pelanda. “La crisi immobiliare nasce dal fatto che i terreni sono di proprietà delle province, le quali mettevano a disposizione l’area edificabile, i costruttori realizzavano le case e la banca dava i soldi per farle. Ora, attraverso il partito, il governo costringeva le persone ad andare ad abitare queste case. Il giochino a dire il vero è durato per un po’, ma poi quando la gente da queste case se ne è andata, le banche sono rimaste con il cerino in mano, non riuscendo a recuperare i soldi. Questo problema c’è da 7-8 anni e assomiglia molto allo shock che ha messo in ginocchio il Giappone nel 1992”.

Ma allora perché la bolla non è scoppiata? “Semplice, perché il partito comunista copre i problemi, li nasconde. Lo stesso dato sul Pil del 2020 è una balla, la situazione finanziaria cinese è precaria e il debito andrà oltre il 300% del Pil. Ma essendo un regime autoritario, la Cina può stampare quanta moneta vuole e persino truccare i conti”.

LO SMOTTAMENTO DELLA BELT&ROAD

Ma c’è un’altra spia di allarme sulla tenuta finanziaria della Cina. La progressiva rinegoziazione dei prestiti concessi da Pechino per finanziare le infrastrutture da parte dei Paesi inseriti nell’orbita della Via della Seta cinese, Africa in testa. Anche qui secondo Pelanda, c’è poco da stupirsi. “Due fondi sovrani cinesi, pieni di dollari fino a ieri, ora non hanno più soldi, perché hanno dovuto tamponare i buchi domestici, di cui abbiamo poc’anzi parlato e questo li ha costretti ad alzare i tassi sui prestiti, spingendo verso la rinegoziazione. Questo è un motivo. Poi c’è l’altro, più strategico: la Belt&Road fa ridere, perché la Cina di fatto non ha i soldi per farla e non li hanno nemmeno i Paesi destinatari delle opere. Alla fine la via della seta si è rivelata una strategia poco remunerativa per Pechino, con il risultato che già due anni fa il governo ha ridotto il progetto alle sole infrastrutture critiche, ridimensionando il concetto di via della seta. Per tutti questi motivi oggi possiamo dire che la via della seta non esiste più”.

LA FEBBRE DEL VACCINO

E che dire del grande rebus del vaccino? La strategia vaccinale dell’Unione europea ieri ha registrato un duro colpo, con la fuga in avanti di Austria e Danimarca. “L’Europa ha già fallito e mica solo sul fronte dei vaccini. Ma nessuno se la sente di mandare in malora il progetto comunitario e dunque, paradossalmente l’Ue è fortissima perché non morirà mai nonostante non funzioni da tempo. Alla fine, comunque, i vaccini arriveranno. Ma tardi e solo perché qualcuno sarà corso ai ripari: è la storia dell’Europa, fallire e poi correre ai ripari. Questo la tiene in piedi”.

 

 

 

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