Un sottomarino Classe Kilo è in giro tra le navi della Nato e gli interessi strategici dell’Italia e dell’Alleanza. Ecco il viaggio del Rostov sul Don, dal Baltico al Mar Nero

Rostov sul Don è una cittadina che si trova nell’angolo russo del Mar d’Azov, dove lo stretto di Kerč chiude il Mar Nero e crea una sacca sensibile nel confronto con l’Ucraina per l’egemonia della porzione settentrionale del bacino. La città è da sempre strategica per la Russia, sede del Distretto militare meridionale comandato dal generale Aleksandr Dvornikov, e di diversi assetti delle Forze armate di Mosca. Dà anche il nome a un sottomarino “Black Hole”, nomignolo che la Nato affibbia ai Classe Kilo del “Progetto 06363”, ossia quelli più aggiornati. Gli occidentali li chiamano “buchi neri” perché si nascondo bene, e il “Rostov sul Don” sta facendo in queste settimane il suo lavoro nel Mediterraneo, come raccontato per primo da Gianluca De Feo su Repubblica.

Diversi mezzi aerei e navali di vari Paesi Nato, tra cui l’Italia, stanno dando la caccia al sommergibile russo perché sostanzialmente ne hanno più volte perso le tracce dopo averlo seguito nella sua discesa dal Baltico – dal 31 ottobre scorso era alla fonda nella città-fortezza di Kronstadt, per riparazioni programmate – e tracciato fino al passaggio lungo lo Stretto di Sicilia. Il primo a individuarlo, a inizio febbraio, è stato il pattugliatore di Sua Maestà “Mersey” mentre viaggiava in emersione; poi è stato scortato da unità navali francesi e canadesi fino a Gibilterra. Seguito mentre doppiava lo stretto verso Rota (base dei due cacciatorpedinieri Classe Arley Burke con cui gli Stati Uniti controllano il Mediterraneo); monitorato attraverso gli spostamenti della “Professore Nikolaj Muru”, un’unità tecnologica che dà supporto, anche di intelligence, a certi dispiegamenti. La Muru è stata individuata a nei giorni scorsi attorno a Pantelleria.

Il viaggio del Rostov sul Don è dual-use molto probabilmente. Se da una parte serve per far rientrare il battello nell’area di competenza assegnategli questa estate, ossia la Flotta del Mar Nero che ha un grande quartier generale a Sebastopoli (in Crimea, da cui s’affaccia nel Mediterraneo), dall’altra potrebbe aver approfittato di un momento fruttuoso per il transito. In queste settimane infatti le acque del Mediterraneo ospitano movimenti navali Nato. C’è l’esercitazione “Dynamic Manta”, come ricorda De Feo; c’è la portaerei “USS Eisenhower” che ha transitato nel Mediterraneo con il suo gruppo da battaglia, dopo essere risalita dal Golfo di Guinea; c’è la francese “Charles de Gaulle” che nei giorni scorsi è scesa dal Mediterraneo verso Suez in manovre congiunte con gli egiziani.

Anche diverse navi italiane sono impegnate in queste manovre. “Nave Alpino” e “Nave Margottinisono state in mare a esercitarsi alla caccia di sommergibili con i francesi; “Nave Fasan” ha operato con la Eisenhower nel Mediterraneo centrale; la “Luigi Rizzo” è attualmente ad Abidjan, capitale della Costa d’Avorio, per scalo tecnico durante le esercitazioni anti-pirateria “Obangame Express” e dopo manovre con la Eisenhower. Un sottomarino russo si muove in mezzo alle esercitazioni che le unità Nato usano per testare l’interoperabilità delle flotte nazionali all’interno dell’Alleanza. Mosca raccoglie dati e informazioni di intelligence in un momento ottimale.

Tanto più se si considera che il Black Hole diesel-elettrico si sarebbe spostato per giorni tra Malta, Pantelleria e Capo Bon, ossia all’interno dello Stretto di Sicilia, ambito talassocratico di massimo interesse. Per l’Italia, e tanto più per la Nato. La più grande isola del Mediterraneo infatti ospita i principali sistemi di controllo regionale (e non solo) dell’alleanza. Ci sono gli aeroporti di Trapani, Pantelleria (usata per missioni di intelligence e trasferimenti di forze speciali senza insegne verso il Nordafrica), e soprattutto la Nassig, ossia Sigonella (una delle uniche cinque basi al mondo a ospitare i sistemi Isr Global Hawk); c’è il Muos di Niscemi (il sistema di comunicazioni globali che ha nel comune si italiano uno degli unici quattro nodi al mondo); c’è la base navale di Augusta.

Non bastasse, da quelle acque passano snodi cruciali per le comunicazioni che dall’Europa vanno all’area Mena e che dagli Stati Uniti arrivano in Europa e dunque si connetto da lì alla regione mediorientale e nordafricana. Dalle acque del Canale di Sicilia passeranno anche i nuovi cavi come il “Blue Raman”, infrastruttura a cui partecipa anche Tim/Sparkle che partendo da Genova (non da Marsiglia) eviterà la rotta intasata dell’Egitto per collegarsi all’Asia attraverso la Penisola Arabica. Lo spionaggio sui cavi sottomarini è già uno degli elementi di maggiore preoccupazione per la Nato, consapevole che tra quelle infrastrutture passano le comunicazioni delle proprie collettività.

La presenza di un sottomarino come il Rostov sul Don tra le acque del Mediterraneo è per queste ragioni oggetto di massima attenzione, anche perché la Russia ha già usato questi assetti come dimostrazione muscolare di potenza, per esempio lanciando missili “Kalibr” per colpire la baghdadista Raqqa dal Mediterraneo, e continua a usarli (come logico) per tutte le altre attività. Dallo spionaggio alla presenza in operazioni di disturbo nei confronti dei rivali. Il rischio dell’installazione di una postazione permanente e avanzata in mezzo al Mediterraneo è una delle principali preoccupazioni statunitensi sul ruolo che la Russia sta giocando in Libia.

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