Usa e Cina ringhiano a distanza ravvicinata. Nel primo faccia a faccia ad Anchorage, Pechino usa le telecamere per lanciare un’invettiva anti-americana. Washington risponde

Doveva durare due minuti, secondo le regole protocollari accettate da entrambe le parti, ma è stato lungo 17 l’intervento con cui il top diplomatico cinese Yang Jiechi ha aperto l’incontro di Anchorage. Stati Uniti e Cina si vedevano per la prima volta faccia a faccia negli ultimi nove mesi, il primo summit dell’era Biden, e Yang non si è fatto sfuggire l’occasione per lanciare – davanti ai giornalisti – un’invettiva contro l’America e l’Occidente.

L’attacco è al sistema. “Non credo che la stragrande maggioranza dei paesi del mondo riconoscano i valori universali sostenuti dagli Stati Uniti, o che le opinioni degli Stati Uniti possano rappresentare l’opinione pubblica internazionale”, ha detto Yang parlando attraverso un interprete. “E quei paesi – ha continuato – non riconoscono che le regole stabilite da un piccolo numero di persone possano servire come base per l’ordine internazionale”.

L’obiettivo cinese era questo, in fondo: gli slanci sul reset nelle relazioni chiesti nei giorni precedenti erano puramente narrativi. Serviva ad arrivare con un angolo difensivo all’incontro per poi lanciare l’attacco. Mettere in discussione l’ordine occidentale, dimostrare che è imperfetto, che può (per il Partito/Stato deve) essere sostituito, è una ambizione strategica per Pechino. Né Yang, dal Partito, né il ministro degli Esteri, per il governo, ammesso che le due entità possano essere realmente scindibili, hanno incarichi di trattare su eventuali cose.

Dimostrazione arriva dal Global Times, organo con cui il Partito/Stato diffonde in inglese la linea: sei punti, scritti dal consiglio editoriale, che tracciano le linee di fondo cinesi (al vertice, ma chiaramente generali). La Cina non ha ambizioni geopolitiche; la Cina usa i propri metodi di governo; la Cina non accetta interferenze americane su quei metodi; la Cina intende risolvere pacificamente le proprie dispute; la Cina ha “il sacro diritto allo sviluppo”; la Cina è sicura di essere capace a difendere la sua sicurezza nazionale.

I due papaveri devono dimostrare apertura, rispondere presenti all’invito, mantenere il canale aperto, sondare possibilità di cooperazione, esprimere il loro pensiero strategico. Obiettivo massimo far accettare agli americani l’idea di un meeting virtuale tra Joe Biden e il segretario del Partito comunista cinese, il capo dello Stato Xi Jinping: data possibile, l’Earth Day del 22 aprile, per coprire con la necessità ambientalista il primo dialogo tra leader. Possibile, per niente probabile al momento, visto come sono andate le cose già nei primi minuti del summit in Alaska.

Dopo l’intervento di Yang, il segretario di Stato statunitense, Anthony Blinken, ha chiesto ai giornalisti di fermarsi (sarebbero dovuti uscire nel giro di pochi minuti secondo le regole stabilite, perché chiaramente i colloqui sono riservati e aperti erano solo quelli che dovevano essere i saluti introduttivi). Davanti alla stampa Blinken ha sottolineato la violazione del protocollo di Yang, poi ha aggiunto sostanza.

Gli Stati Uniti, dice Blinken evidenziando le differenze tra regimi e democrazie, trattano apertamente i propri difetti e “non cercano di ignorarli, non cercano di fingere che non esistano, cercano di spazzarli sotto il tappeto”. Poi ha citato Biden, quando un decennio fa disse (da vicepresidente dell’amministrazione Obama) all’allora vicepresidente Xi: “Non è mai una buona scommessa, scommettere contro l’America”. “Questo rimane vero anche oggi”, ha aggiunto Blinken.

Quando ai giornalisti è stato nuovamente chiesto di lasciare la sala dopo la risposta americana, Yang si è rivolto direttamente alle telecamere della TV e ha detto, in inglese, “Wait“. I media hanno aspettato e il diplomatico del Partito è ripartito con una lunga critica nei confronti delle policy americane, considerate come azioni di ingerenza negli affari cinesi a Hong Kong (le nuove sanzioni criticate come un pessimo modo per accogliere un ospite) o nello Xinjiang e Taiwan — temi che a sua volta Blinken aveva chiesto di affrontare.

Diplomatici statunitensi dicono ai media presenti che comunque dopo l’inizio scoppiettante, una volta chiuse le porte i colloqui sono andati avanti in un clima più disteso. Testimonianza che lo show diplomatico era studiato a favore di telecamere, ma anche che tra Stati Uniti e Cina – in mezzo all’enorme competizione totale – ci sono pure terreni di potenziale cooperazione. Dalla Corea del Nord all’Iran, a dossier più larghi come il Clima. L’incontro, che oggi 19 marzo entrerà nel vivo, è un test reciproco. Diffidenza è la parola chiave, “un modo per spiegarsi” (e i cinesi hanno colto l’occasione per farlo), come l’ha chiamato Blinken, ma non l’inizio di un dialogo strategico, comunque.

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