Stati Uniti e Cina si incontrano per la prima volta dopo nove mesi in Alaska. Al di là della retorica, l’America quando si muove nell’Indo Pacifico non può non tener conto del Dragone, anche per questo pensa a dossier per testare spazi di cooperazione

Gli Stati Uniti prenderanno una posizione intransigente nei colloqui con la Cina che ci saranno oggi, giovedì 18 marzo in Alaska, dopo oltre nove mesi di (quasi) silenzio. Funzionari statunitensi spifferano anticipazioni ai media internazionali: la Reuters parla della linea dura che terranno gli Usa, il Wall Street Journal che i cinesi intendono chiedere agli uomini di Joe Biden l’abolizione delle misure aggressive avviate dall’amministrazione Trump. Un vertice interlocutorio lo ha definito il politologo Ian Bremmer su Formiche.net.

E in fondo il punto è questo, aspetti e percezioni sui due lati del Pacifico. Pechino vuole massimizzare l’effetto (mediatico e operativo) del vertice; Washington cerca di minimizzare. I primi ambiscono a un reset nei rapporti, caduti ai minimi non solo per l’amministrazione precedente, ma anche per la continuazione di certe policy (e intenti) da parte dell’attuale. Gli americani dicono che si tratterà di un “one-off”: ossia non di colloqui continuativi (come si faceva ai tempi dell’èra Trump, sebbene i risultati fossero pochi), e tutto dipenderà dall’atteggiamento del Partito/Stato.

La Cina è consapevole di non poter ottenere grandi cose dal vertice, le aspettative sono un proxy narrativo che serve a dimostrare apertura; allo stesso modo il rimbalzo degli Stati Uniti, che rimandano il futuro al comportamento cinese sottintendendo le pratiche di violazioni dei diritti, ma anche le ambizioni internazionali e la competizione geo-economica. Tutto riassunto nelle dinamiche protocollari attorno al vertice: niente momenti informali a latere, perché – andando oltre alle restrizioni legate al Covid – gli americani non vogliono dare troppo risalto.

Anzi, scelgono di incontrare i cinesi a Anchorage, dove vedevano i russi durante la Guerra Fredda, aggiungendo un altro simbolismo (non casuale). Tuttavia gli Stati Unti arrivano al vertice con una doppia linea, una sorta di bastone e carota. Da un lato questa posizione rigida confermata anche dagli ultimi movimenti al Congresso descritti da Gabriele Carrer, dalle nuove azioni sanzionatorie, da dichiarazioni dure come quella del segretario di Stato, Anthony Blinken, che durante la visita in Giappone dei giorni scorsi ha accusato la Cina di aggressione nei confronti di Hong Kong usando termini duri (“coercizione” e “azioni destabilizzanti”).

Ma è proprio dalla visita asiatica di Blinken, che insieme al Consigliere per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan, incontra la delegazione cinese – a sua volta guidata dal direttore della Commissione Centrale degli Affari Esteri del Partito/Stato, Yang Jiechi, e dal ministro degli Esteri della Repubblica popolare, Wang Yi – che esce l’altro lato della necessaria linea statunitense. Quando si muovono a Oriente gli Usa hanno la necessità di mettersi in posizioni meno dure, perché sono consapevoli che la Cina nella regione è già egemonica e gli alleati ne risentono.

L’idea di istituzionalizzare il Quad per contenere Pechino arriva anche per questa necessità, ma temporalmente insegue uno slancio cinese che è complicato da rallentare. Un’immagine di questo la si trova nel Rcep, il grande accordo economico-commerciale raggiunto a novembre 2020 dalla Cina con quasi tutti i Paesi della regione dell’Indo Pacifico, compresi Giappone e Corea del Sud. Tokyo e Seul hanno ognuno le proprie ragioni per non poter non parlare in qualche modo con la Cina, sebbene ne soffrano le azioni; lo stesso vale per l’Australia, che quelle azioni le subisce; e per l’India che la scorsa estate è arrivata addirittura allo scontro militare coi cinesi sull’Himalaya; ancora più coinvolti i Paesi del blocco Asean.

È questa consapevolezza che guida l’azione dell’amministrazione Biden quando esce dai confini statunitensi (o meglio occidentali). La Cina esiste, ed è già potenza totale a Oriente. Anche a questo si legano i tentativi di contatto che passano per grandi temi come clima, salute e sicurezza, e atterranno in dossier specifici. Uno per esempio è il Myanmar, da cui la Cina rischia di uscire comunque sconfitta, come riporta un’analisi dell’Asia Times.

Un altro la Corea del Nord: secondo l’Asia Nikkei, gli Stati Uniti cercano la sponda cinese per parlare con Pyongyang e spingerla alla denuclearizzazione, dopo che un tentativo di contatto diretto è andato male (e nella tattica di non alzare troppo l’attenzione attorno a Kim Jong-un, anche per sganciarsi dalla linea precedente, quando il satrapo nordcoreano era stato elevato a interlocutore senza però raggiungere nessun risultato).

Nella stessa ottica Washington guarda a Pechino riguardo a un altro dossier nucleare, quello iraniano. La Cina è parte del Jcpoa, da cui l’amministrazione Trump ha tirato fuori gli Usa: ora Biden cerca il modo per ricomporre l’accordo senza sbilanciamenti (e fretta) e con i funzionari cinesi è stato intrapreso un dialogo tecnico funzionale anche a spingere la Repubblica popolare a fare pressione su Teheran, ma anche a cercare di capire se esistono dei punti di contatto dove è potenziale la cooperazione.

Tutto mentre nuove sanzioni sul greggio iraniano diretto in Cina, rimasta tra gli unici clienti della Repubblica islamica, vengono minacciate dal dipartimento di Stato. Una sorta di Mutt & Jeff globale. Allo stesso modo, come su queste colonne ricordava l’ex ministro Corrado Clini, c’è spazio per una cooperazione tra Usa, Ue e Cina nel campo delle infrastrutture energetiche come le reti ultracritiche, di cui gli Stati Uniti hanno bisogno e in cui i cinesi sono all’avanguardia tecnica (anche grazie all’Europa).

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