Al Mise Giorgetti e il commissario Ue Breton avvisano: Ue e Usa produrranno 3 miliardi di dosi entro il 2021, bastano per tutto il mondo. In Italia 400 milioni di euro del governo per un polo biotech. Su Sputnik gelo del numero due della Lega (a differenza di Salvini)

Un polo nazionale pubblico-privato “per tutto il mondo biotech, non solo legato alla produzione dei vaccini”. Giancarlo Giorgetti guarda al dopo-domani e annuncia lo stanziamento di un finanziamento pubblico “dell’ordine di 400-500 milioni di euro” per la costruzione del polo diviso fra il decreto sostegno e il prossimo decreto del Mise.

Dalla conferenza stampa al ministero insieme al Commissario al mercato interno Thierry Breton, a capo della task force Ue sui vaccini, il ministro dello Sviluppo Economico annuncia il suo whatever it takes, “vi posso assicurare che l’industria farmaceutica italiana è pronta a dare il suo contributo per tutte le fasi della produzione dei vaccini”.

Sul tavolo del vertice con il commissario francese c’è la più delicata delle partite. Cioè portare in Italia una parte della filiera per la produzione del siero anti Covid-19. Il piano di Giorgetti è ambizioso. Lo ha rivelato a margine dell’incontro al Mise con i vertici di Farmindustria e il presidente dell’Aifa Giorgio Palù questo mercoledì. L’obiettivo non è limitarsi a una partecipazione delle aziende italiane alla fase finale della supply chain, cioè l’“infialamento”, ma risalire la catena fino all’origine, ovvero la produzione del “bulk”, il principio attivo dei vaccini.

È una strada in salita, perché per farlo servono i bioreattori, e in Italia al momento se ne contano solo otto. I tempi non aiutano. La riconversione industriale delle aziende italiane richiede tra i 4 e i 6 mesi (in tempi normali servirebbero 5 anni), con uno sforzo già notevole.

C’è poi la questione dei diritti di proprietà intellettuale. “Con Aifa e Farmindustria abbiamo discusso delle condizioni perché la conversione possa avere inizio. Ovvero il trasferimento tecnologico da parte dei detentori dei brevetti per permettere ai contoterzisti di produrre i vaccini”. Lo ha fatto Astrazeneca, dando la sua disponibilità a concedere la licenza per produrre il vaccino in altri impianti.

Per il polo nazionale, avvisa Giorgetti, “il contributo dello Stato, in una prima fase, sarà fondamentale”. “Siamo fiduciosi che i principali soggetti dell’industria farmaceutica non faranno mancare la loro adesione – aggiunge – l’Italia ha tutte le carte in regola, vogliamo tenere qui i nostri giovani ricercatori”.

Breton snocciola i numeri con ottimismo. “A fine anno in Europa la capacità produttiva arriverà intorno ai 3 miliardi di dosi, siamo il primo continente al mondo”. Ma non nasconde le difficoltà. Conosce bene il mondo delle aziende, con una lunga carriera da top manager nelle tlc francesi fra Orange e Atos, già ministro delle Finanze.

“So bene che la riconversione in tempi rapidi non è facili. E dobbiamo prepararci: in autunno chi ha fatto ora il vaccino potrebbe aver bisogno di una nuova dose”. Nessun Paese Ue, assicura Breton, “è autonomo nella produzione dei vaccini”. La visita a Roma segnala però che l’Italia ha un sistema industriale potenzialmente pronto alla riconversione.

Per l’infialamento del siero è già attivo lo stabilimento di Anagni della multinazionale Catalent che al momento lavora con AstraZeneca. A Rosia, in provincia di Siena, c’è lo stabilimento dell’italiana Gsk, che però  non ha a disposizione bioreattori per il Covid. Li ha invece un’altra azienda italiana, Reithera, ma ha difficoltà per la produzione di scala.

Riconvertire un intero settore in tempi rapidi non sarà facile. L’Ue, ribadisce Breton, garantirà una distribuzione eguale fra i Paesi membri. E si assicuerà, tramite il nuovo meccanismo europeo per il controllo dell’export di vaccini, che nessuna delle aziende impegnate con la Commissione violi i contratti. “È un meccanismo efficace, siamo di fronte a una guerra economica mondiale e dobbiamo proteggere l’interesse europeo”.

Anche per questo la Commissione Ue rimane scettica sull’utilizzo del vaccino russo Sputnik V, su cui pure l’Ema ha avviato una revisione, con Mosca pronta a inviare in Europa 50 milioni di dosi.

Sul punto la sintonia fra Giorgetti e Breton è totale. La “sovranità vaccinale” si gioca sull’asse democrazie vs autoritarismi. “La Russia è in grandissime difficoltà, non è in grado di produrre vaccini. La Cina è molto indietro”, nota Breton. “Ue e Usa sono in grado di produrre vaccini per tutto il mondo, per noi e per gli altri”, rincara il leghista. Con toni che stridono non poco a fronte delle recenti aperture del leader della Lega Matteo Salvini all’antidoto made in Russia.

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