Conversazione con il presidente della Sioi e già ministro degli Esteri. Draghi ha capito il legame strategico fra Italia e Turchia, Biden scommette anche su Roma per tenere Ankara nell’alveo Nato. In Libia e nei Balcani ormai siamo spettatori. Occhio a dare la Russia per finita: può nascerne un nuovo Putin

“C’era un tempo in cui potevo invitare Erdogan alle riunioni del Partito popolare europeo”. Franco Frattini, presidente della Sioi, già ministro degli Esteri e commissario europeo, ricorda bene quando Europa e Turchia si parlavano. Quei tempi sono ormai tramontati, dice a Formiche.net. Non la necessità di un dialogo strategico di cui l’Italia di Mario Draghi, sotto gli occhi degli Stati Uniti, può e deve farsi carico.

Frattini, cosa c’è dietro la recente telefonata di Draghi ad Erdogan?

Credo che Draghi abbia capito l’antico ruolo dell’Italia come pontiere fra Occidente e Turchia. Ricordo quando ero ministro degli Esteri e la Turchia fu ammessa come candidata all’Ue. Insieme agli inglesi creai un gruppo che si chiamava “amici della Turchia”, volevamo evitare che fosse spinta verso Est nelle braccia di Iran, Russia e Cina.

Come andò a finire?

Schröder e Chirac chiusero subito la porta: mai la Turchia nell’Ue. Fu una mossa incauta. Oggi assistiamo a un asse Ankara-Teheran-Mosca che va contro ogni nostro interesse. E pensare che, quando ancora Erdogan era sindaco di Istanbul, lo invitavo insieme al suo partito alle riunioni del Ppe.

Draghi ha fatto anche un severo richiamo sui diritti umani.

Giusto così. Siamo tutti testimoni delle gravi violazioni in Turchia. Mentre parliamo ci sono migliaia di giornalisti, giudici e oppositori in prigione, condannati spesso con processi sommari. Ma l’Europa e l’Italia si stanno anche rendendo conto che non è suo interesse mantenere un’escalation come nei mesi scorsi, quando abbiamo rischiato il lancio di qualche missile fra Grecia e Turchia.

Al vertice Nato a Bruxelles il segretario di Stato Antony Blinken ha parlato di “engagement” europeo con la Turchia. Perché questa attenzione degli Stati Uniti?

Hanno capito gli errori commessi in passato. Quello gravissimo dell’amministrazione Trump e del secondo mandato di Obama, con un disimpegno in Medio Oriente che ha lasciato spazi riempiti da Russia e Turchia. Alla loro sfera di influenza l’Occidente ha abbandonato la Libia, l’Egitto. La Siria, dove Erdogan si è fermato a Idlib solo per un’imposizione di Putin. Abbiamo dato vita alla “Troika dell’Est”: Turchia, Russia e Iran.

La Turchia può ancora stare a pieno titolo nella Nato?

Piaccia o no, è un partner strategico cui è difficile rinunciare. Certo, alcuni atteggiamenti di Erdogan non sono compatibili con la Nato. Ma sappiamo tutti che ormai i giochi sono fatti: Ankara non restituirà a Mosca i missili S-400. E l’Europa non rinuncerà al controllo turco dei flussi migratori, pagato miliardi di euro.

In Libia gli interessi di Italia e Turchia convergono?

Anche qui, ormai è troppo tardi. La Turchia ha rivendicato la sua presenza in Libia, dove a suo dire è tornata secoli dopo sulle orme degli ottomani. Ha piazzato migliaia di aerei, mezzi, uomini. Con Ankara si può solo più ragionare in termini di condivisione del potere. E qui mi permetta un’aggiunta.

Prego.

Ho letto e apprezzato su Formiche.net le parole dell’ammiraglio americano James Stavridis, quando dice che l’Italia deve assumere un ruolo di leader nelle operazioni Ue al largo della Libia. Temo tuttavia che questa finestra si sia chiusa anni fa. Obama ha chiesto al governo italiano allora guidato da Letta di fare il suo dovere, non è stato fatto.

Insomma, l’Europa resta spettatrice?

Finora questa è l’immagine che ha dato. Penso all’accordo fra Ankara e Tripoli per l’hub energetico e i corridoi nel Mediterraneo. Con un solo colpo Erdogan ha bypassato tutta l’Europa mediterranea. Eppure la Turchia già è uno snodo energetico, con i gasdotti e gli oleodotti che passano per il Kazakistan, l’Azerbaigian e il Mar Nero.

L’Italia resta l’ultimo avamposto militare della Nato verso Est prima della Turchia. Anche per questo secondo lei gli Stati Uniti guardano a Roma per una mediazione?

Certamente. Anche se, come già abbiamo visto con l’amministrazione Trump, il ruolo di un altro Paese Nato, la Grecia, è cresciuto enormemente. Oggi tutti guardano al governo di Mitsotakis come perno di stabilità nel Mediterraneo Orientale. È l’unico che può permettersi di tuonare un “altolà” ai turchi. L’investimento, anche politico, degli Stati Uniti sta portando frutto.

Nel suo bilaterale con l’omologo turco, Blinken ha posto l’accento sulla situazione nei Balcani Occidentali e nel Caucaso. Sembra che l’Italia si sia disinteressata alle turbolenze della regione. Un errore?

Nessuno in Europa conosce come l’Italia i Balcani Occidentali. Ma è anche vero che siamo isolati. Nel Caucaso e in Nagorno-Karabakh sono Turchia e Russia a dettare legge. Con una telefonata Putin ed Erdogan hanno imposto un cessate il fuoco dopo lunghi e vani sforzi del gruppo di Minsk guidato dalla Francia. Qui anche gli Stati Uniti stanno commettendo un errore.

Cioè?

Considerare la Russia una potenza decadente, avviata a un inesorabile declino. Forse c’è un fondo di verità. Ma colpirla in questo momento rischia di essere una mossa poco previdente. È stato fatto con Eltsin trent’anni fa, e ne è venuto fuori Vladimir Putin. La storia può ripetersi.

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