Dopo aver piegato l’impero dell’e-commerce ai suoi voleri, adesso il Dragone punta dritto all’esproprio della gigantesca banca dati sui prestiti di Ant. Decine di milioni di informazioni su altrettante transazioni che possono dare alla Repubblica Popolare un’arma decisiva per il controllo della finanza cinese

Forse stavolta non è il solito schiaffo con cui ricordare al libero mercato che in Cina non si può andare oltre un certo limite. Semmai qualcosa che assomiglia molto più a un fendente mortale ad Alibaba, dopo mesi di guerriglia, tra il cambio forzoso di dna imposto da Pechino, sancito dalla trasformazione in holding a stretto controllo pubblico di Ant, braccio fintech dell’impero fondato da Jack Ma. Fosse finita qui, sarebbe quasi una tregua armata il cui effetto indesiderato potrebbe essere un vagheggiato passo indietro dello stesso Ma, con la cessione di parte delle proprie quote.

Invece no, stavolta il Dragone vuole andare fino in fondo e trasformare un ridimensionamento coatto (Alibaba, tra le altre cose, ha perso il monopolio naturale su prestiti e pagamenti) in una specie di esproprio. L’ultima manovra su Ant, rivelata dal Financial Times, ha un che di micidiale. La Banca centrale cinese, la Pboc, starebbe tentando di prendere il controllo del suo gigantesco database sui prestiti al consumo. Tutte le transazioni avvenute tra il braccio finanziario di Alibaba e decine di milioni di utenti.

Niente a che vedere con quanto successo finora. Prima, lo scorso anno, lo sgambetto all’Ipo del secolo di Ant (37 miliardi), braccio fintech di Alibaba, poi l’indagine dell’Antitrust che ha colpito il monopolio su commercio elettronico, prestiti al consumo e pagamenti. Infine, dopo aver accarezzato la nazionalizzazione, la trasformazione coatta in holding. Ma privare Alibaba della propria banca dati, su cui il gigante dell’e-commerce ha costruito le sue strategie e il conseguente monopolio, è un punto di non ritorno.

Più nel dettaglio, la Banca popolare cinese punta a farsi consegnare da Ant i suoi dati, per trasferirli a una società di valutazione del credito controllata dallo Stato e gestita da ex dirigenti della Pboc fedeli a Pechino e al presidente Xi Jinping. In questo modo i dati da privati diverrebbero in un batter d’occhio di proprietà statale, nella piena disponibilità delle autorità di regolamentazione e vigilanza finanziaria cinesi. Un’operazione che si inserisce nel lancio, lo scorso anno, del Sistema del credito sociale (qui l’articolo con tutti i dettagli), sorta di Grande Fratello in puro stile orwelliano.

Di che si tratta? Semplice, di una mastodontica banca dati creata al fine di monitorare il comportamento di persone, imprese ed esponenti di governo, utilizzando i big data che classifica ogni soggetto in base al rispetto di leggi, regolamenti ed altre direttive. E chi sgarra, viene punito. Se per esempio un’azienda non rimborsa un prestito nei tempi previsti, per lo Stato cinese diventa un soggetto inaffidabile, con l’innesco di sanzioni a suo carico. In più, ciascun cittadino, impresa, lavoratore ha una sorta di punteggio. Più è inaffidabile, più perde punti, più si finisce all’angolo, in un circolo vizioso dal quale è dura riprendersi. Ora, con i dati sui prestiti, il Grande Fratello dell’ex Celeste Impero avrebbe un’arma in più.

E pensare che Ant ha insistito sul fatto che dovrebbe essere essa stessa a guidare la nuova società dei dati sul credito, perché “troppi interventi governativi trascineranno l’industria del credito al consumo verso il basso, privandola di ogni forza e indipendenza”, ha rivelato una fonte vicina all’azienda. Ma a Pechino hanno fatto finta di non sentire.

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