L’ingresso pesante nel dossier Ucraina è un esempio della politica estera di Ankara. Erdogan vuole costruirsi lo status di attore chiave nelle sue aree di diretto interesse di potenza internazionale (utile a Usa, Ue, Nato)

“La Turchia difende strenuamente la sovranità e l’integrità dell’Ucraina”, ha detto il presidente turco Recep Tayyp Erdogan commentando una incontro avuto a Istanbul con l’ucraino Volodymyr Zelensky, in cui ha ribadito il principio “di non riconoscere l’annessione della Crimea [da parte della Russia]”. Secondo Erdogan l’escalation delle crisi nell’Est ucraino – dove i separatisti filo-russi combattono da sette anni sotto assistenza russa occupando diverse aree del Donbas – deve essere risolta con la diplomazia, ma poi ha anche ricordato che la Turchia con l’Ucraina ha attiva una partnership militare.

Partnership che sembra rinvigorita dalla fornitura di droni Bayraktar – produzione di famiglia del genero di Erdogan e fil ruoge di un certo genere di attività di politica internazionale turca. Dalla Libia al Nogorno-Karabakh, i droni turchi hanno segnato ambiti di intervento di successo, che la Turchia intende capitalizzare come sfere di influenza. Ossia capitalizzare economicamente e commercialmente, nonché politicamente: sforzi militari giocati anche in contrapposizione alla Russia, sia in Nordafrica, che in Caucaso e nel Donbas, oppure in Afghanistan. Attività che, fin tanto che non diventino egemoniche, non dispacciano agli Stati Uniti.

Azioni di realismo politico di cui a Washington – così come alla Nato, e in fondo anche nell’Ue – si ha bisogno, sebbene con tutti i distinguo, le distanze, le pressioni da esercitare su Erdogan riguardo al comportamento sul rispetto dei principi e dei valori democratici. Tra l’altro, un inciso: Erdogan vive una fase complicata nel paese a livello di tenuta del potere, e le restrizioni sulle libertà ne sono testimonianza. La proiezione internazionale diventa anche per questo materia necessaria per Ankara. L’idea turca è costruire influenze da giocare come utilità con quei partner principali, mantenendo interessi diretti. L’Ucraina è un altro ottimo esempio.

Erdogan sta portando avanti il dialogo strategico con l’Ucraina da un decennio (già nel 2010 con l’ex presidente Viktor Yanucovich aveva impostato il discorso di una zona commerciale di libero scambio, per esempio). Nel 2014 la Turchia ha completamente appoggiato Kiev sul Donbas e sulla Crimea, posizione mai cambiata nonostante Ankara abbia implementato i rapporti con Mosca. L’attività in questa fase delicata ha dunque queste basi e due proiezioni naturali. La prima riguarda l’interesse nazionale diretto: la Turchia vuole essere l’attore chiave nel Mar Nero, vuole gestire le dinamiche del bacino che è anche un moltiplicatore per raggiungere l’ambito status di potenza eurasiatica.

La seconda ragione è ancora a più ampio spettro. Ankara ha intenzione di rendersi utile alla Nato e agli Stati Uniti, dimostrandosi in grado di recepire istanze su cui per esempio l’Europa è più lenta e più timorosa a proiettarsi. Nel caso, il dipartimento di Stato ha pressato Francia e Germania a prenderne una posizione dura e chiara riguardo al ravvivarsi delle crisi nel Donbas, ma Parigi e Berlino hanno reagito con poca rapidità e decisione (convocata per la prossima settimana una prima riunione del gruppo di contatto con Kiev, dopo settimane che Pentagono e Foggy Bottom, e Casa Bianca, accendono i riflettori sui mezzi russi al confine ucraino).

L’incontro di Istanbul e i suoi commenti successivi, sebbene Ankara abbia collegamenti con Mosca, sono apprezzati da Washington e utili per le volontà del turco di costruirsi un ruolo di primo piano nella sicurezza internazionale e negli affari critici di un ampio aerea che va dal Caucaso all’Asia Centrale, fino alle sponde nordafricane del Mediterraneo e al Corno d’africa. Davanti a Russia (e Cina), Ankara è un’alternativa piena di criticità ma con cui esistono spazi di cooperazione: diventa questa la lettura geopolitica strategica.

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