Pragmatismo. Perché Erdogan è un leader pieno di controversie e negatività, ma per l’Ue (l’Italia) e gli Usa (e la Nato) è importante? Radiografia del “dittatore utile”: contiene la Russia attraverso gli “Stati Uniti del mondo turco” e può fare da ostacolo alla via della Seta cinese. E poi il confinare (anche culturalmente) con lo Xinjiang…

“Il primo ministro [Mario] Draghi ha ragione, sotto la guida del presidente [Recep Tayyp] Erdogan, la Turchia si è allontanata dallo Stato di diritto, dalla democrazia e dalle libertà fondamentali nell’ultimo decennio. Non è un paese libero per tutti i suoi cittadini”, dice Manfred Weber, presidente del gruppo Ppe al Parlamento europeo. Weber commenta le parole dure con cui il presidente del Consiglio ha definito il turco un “dittatore” – “di cui però si ha bisogno”, ha detto Draghi in conferenza stampa giovedì 8 aprile, rivendicando il diritto “nell’esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società”. “Parlare chiaramente e onestamente dei fatti sul campo”, replica Weber ricordando la possibilità che comunque l’Ue stringa con Ankara un “partenariato costruttivo”; bisogna “essere anche pront[i] a cooperare per assicurare gli interessi del proprio Paese. Bisogna trovare il giusto equilibrio”, aveva continuato Draghi.

Le posizioni forti, la linea è chiara e condivisa. La Turchia ha una caterva di problemi dovuti all’autoritarismo con cui Erdogan governa (seppure dopo vittorie alle elezioni, anche queste celebrate in climi particolari), ma è un partner. Un partner necessario all’Europa e all’Occidente (e all’Italia, non solo per l’interscambio da circa 17 miliardi, ma anche nel quadro geopolitico mediterraneo). E la Germania di Weber è prima promotrice di questo pensiero.

L’accordo da 6 miliardi di euro (di cui pagati finora meno di 4,5) raggiunto nel marzo 2016 per il contenimento della rotta balcanica dell’immigrazione è frutto di un lavorio portato avanti da Berlino. Ora sia Erdogan che Angela Merkel – che con la Turchia conduce un rapporto preferenziale, sebbene critico, anche perché all’interno della Germania la minoranza turca e turcofona è importante – sono sul punto di un rinnovo, con un surplus economico. Difficile che nonostante lo strappo del “sofagate” Ursula Von der Leyen, tedesca e merkeliana, lanciata a traslare su di sé la leadership europea della Cancelliera, decida cambi di rotta repentini (più possibile un regolamento all’interno delle istituzioni Ue, dove Charles Michel potrebbe essere chiamato alle sue responsabilità per il fatto specifico).

È realpolitik atroce? Possibile. Va detto se il contenimento delle migrazioni è un elemento di utilità della Turchia (per l’Ue), diversamente lo sono le tensioni innescate nel Mediterraneo orientale. Tuttavia restando sul pragmatismo, la Turchia ha altri fattori d’utilità. Per esempio i collegamenti gasiferi diretti in Europa (da Russia, da Azerbaigian e forse in futuro da Asia centrale); o ancora il mondo delle innovazione, tra cui quello delle batterie (che come ha spiegato Otto Lanzavecchia sono “la chiave del futuro”).

Erdogan ha in mente (per volontà dichiarata) di penetrare nelle supply chain post-Covid e porsi come attore nel mondo delle componenti innovative (batterie appunto, ma anche nano e bio tecnologia, intelligenza artificiale e robotica, big data). Migranti, energia e innovazione: tre campi su cui Ankara punta – e non solo per rafforzare, ma per guidare la partnership con l’Europa. Anche perché si tratta di ambiti in cui il ruolo turco non dispiace agli Stati Uniti.

Così come in Africa, dove la Turchia è da tempo incuneata spingendo la matrice economica della propria strategia. Ankara, come ha spiegato su queste colonne Federico Donelli (UniGenova/Ca’ Foscari) è nel continente con l’interesse di moltiplicare la propria capacità commerciale, ma allo stesso tempo è anche un interlocutore di cooperazione competitiva. Ruolo che non gli è disconosciuto in aree di sovrapposizione dall’Italia e tanto meno dagli americani – che considerano la penetrazione turca preferibile a quella russa e cinese.

Compito di contenimento e sostituzione a Russia (al di là della coopetition identitaria) e Cina che la Turchia assolve anche in un areale vasto tra Balcani e Caucaso. Si veda qui gli “Stati Uniti del Mondo Turco”, nome simbolico uscito dall’ultimo Türk Keneşi, ma concetto tutt’altro che astratto, frutto di progettazione strategica. Turchia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan – i membri del Keneşi – hanno istituzionalizzato la partnership trasformandola in un’associazione internazionale con una capitale, Türkistan, su suolo kazako. Messaggio potentissimo che arriva sia a Mosca (che vede certe dinamiche dipanarsi in un’area di propria influenza) sia a Pechino. La Cina trova il blocco dei cinque turcofili (in parte turcofoni) nel cuore della Bri. Samarcanda e Tashkent (uzbeke), Biškek (kirghisa), Almaty (kazaka) sono città sulla via della seta tramite le quali Ankara fa leva sulla Cina.

Per ora la Turchia collabora, ma per gli Stati Uniti avere quella presenza in una regione lontana dalle reali sfere di influenza di Washington è importante per poterne beneficiare in chiave anti-cinese. Di più: gli Stati Uniti del Mondo Turco si impostano in una posizione che non solo spezza la Bri, ma confina fisicamente (sia per geografia che per geomorfologia, ma anche per cultura) con lo Xinjiang. La regione è il più grande cruccio del Partito/Stato, anche perché Pechino ha mostrato le sue preoccupazioni lanciando la campagna di rieducazione contro una popolazione che non si sente cinese (perché magari è più turca). Azioni che hanno attirato attenzioni internazionali; preoccupazioni che sono frutto delle dimensioni dell’area e del problema. E anche qui l’utilità turca (restando sul pragmatismo) è evidente: per Washington poter contare su un partner in grado di controllare un cuneo geostrategico simile è un fattore di forza rispetto al grande rivale globale e alla Russia (posizione che, come quella della Turchia stessa a cavallo dell’area MENA, è un valore anche per la Nato).

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