L’economista e docente Luiss in vista del decreto Sostegni-bis: giusta la proposta del ministro Giorgetti per calibrare gli indennizzi sulla perdita di margine e non di fatturato, in questo modo vengono premiati quegli imprenditori che non licenziano, nonostante la riduzione del business

Correre e ancora correre. Il governo Draghi accelera sul decreto Sostegni-Bis, che qualcuno chiama Imprese, sul tavolo del Consiglio dei ministri già questa settimana. Si tratta del nono provvedimento di emergenza dall’inizio della pandemia, frutto del quinto scostamento di bilancio, che porta l’extra deficit a 200 miliardi. L’ultima manovra sul disavanzo vale poco più di 40 miliardi di euro, risorse che andranno interamente girate alle imprese, sotto-forma di ristori.

E qui entra in gioco il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti. Il responsabile di Via Veneto ha lanciato una proposta per cambiare i parametri a monte della catena dei ristori. Gli indennizzi non vanno tarati sul calo del fatturato accusato a causa della pandemia, ma sull’erosione dei margini delle imprese. L’obiettivo del governo è quello di creare anche i presupposti per una selezione naturale delle imprese, perché dare ristoro a quelle che generano utili vuol dire anche evitare di dare soldi alle aziende zombie, cioè decotte e dunque senza speranza di ripresa, investendo insomma sulla parte sana del sistema industriale italiano.

Un’ipotesi che con il trascorrere del tempo e l’avvicinarsi del Consiglio dei ministri, sembra prendere forma. Con questo schema: indennizzi immediati con il meccanismo del calo di fatturato, che consente accrediti in pochi giorni e un secondo pacchetto di ristori alle attività economiche più colpite, ma successivamente, a giugno, quando sarà possibile analizzare i dati di bilancio.

Formiche.net ne ha parlato con Matteo Caroli, economista e docente di economia e gestione delle imprese internazionali alla Luiss. “Per evitare soldi a pioggia, è tecnicamente corretto ristorare le aziende in funzione della riduzione non del fatturato, ma del margine operativo netto, o dell’utile”, spiega Caroli. E questo perché “la semplice diminuzione delle vendite è un indicatore parziale per l’ovvia considerazione che, in particolare nei servizi, l’azienda può bilanciare riducendo proporzionalmente i costi”.

Dunque, “considerare il margine operativo è quindi più efficace perché sostiene le aziende che non possono o non vogliono contrarre le spese, a partire da quelle per i lavoratori: sono premiati quegli imprenditori che non licenziano, nonostante la riduzione del business. Il reddito operativo netto è meglio di quello lordo perché tiene conto degli ammortamenti e degli accantonamenti ai fondi; quindi, va incontro ai problemi della vasta platea di aziende che prima del Covid avevano investito o intrapreso iniziative espansive. Tenere conto della riduzione dell’utile implica tenere conto della minore capacità delle aziende molto indebitate di far fronte al costo per gli interessi passivi”.

Dalle colonne di questo stesso giornale, Caroli aveva sottolineato la necessità di impostare gli aiuti alle imprese sulla base del loro effettivo stato di salute. “C’è una divaricazione tra le imprese che hanno retto e che reggono, da quelle invece che erano in difficoltà e che ora barcollano, le imprese zombie insomma. Questo per dire che una politica della liquidità deve necessariamente rafforzare quei settori che stanno intercettando la ripresa, questo come priorità. E poi andare incontro a quelle imprese che sono in grande difficoltà e la cui sopravvivenza non è certa”.

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