L’ex ministro delle Finanze a Formiche.net: la proposta di una tassa minima sui profitti generati all’estero è cosa buona e giusta, anche se la paternità è dell’Ocse e non degli Usa. Ora con Washington favorevole dovrebbe essere più facile trovare un accordo. La riforma fiscale in Italia? Non si farà. Non quest’anno, almeno

Pagare tutti, un po’, per dare manforte ai piani pandemici allestiti dalle grandi economie globali. E poi provare a mettere un freno ai fuggiaschi del fisco, quelle imprese che pur generando profitti in un Paese, pagano le tasse in un altro. Janet Yellen segretario al Tesoro Usa, ha preso la questione di petto, nella serata americana: è arrivato il momento di una tassa sugli utili societari uguale per tutti i Paesi del G20. Yellen la chiama minimum tax (in Italia sarebbe l’Ires) ma il senso è quello. I profitti esteri delle multinazionali vanno tassati al 21%, indipendentemente dalla sede delle aziende, ma niente conusione con l’imposta sugli utili applicata negli Usa, che Donald Trump aveva ridotto dal 35 al 21% e che ora Joe Biden vuol riportare al 28%.

Lo scopo è duplice. Da una parte scoraggiare quella corsa al ribasso che mette in competizione i paesi favorendo il proliferare di regimi fiscali fuori dal mercato e poi reperire risorse per finanziare gli imponenti piani dell’amministrazione Biden (circa 5 mila miliardi in due pacchetti) per sostenere l’economia colpita dalla pandemia. D’altronde, ogni anno gli Stati Uniti perdono gettito per 49 miliardi di dollari a causa di chi paga le tasse altrove mentre per l’Italia l’emorragia vale 9 miliardi di dollari. La proposta sembra piacere a molti, anche alla Germania, e piace anche a Vincenzo Visco, economista e due volte ministro delle Finanze (governi Prodi e D’Alema) e una del Tesoro (Amato).

Visco, il governo americano ha proposto una tassa minima sui profitti societari, ma uguale per tutti, quasi a voler creare uno spazio fiscale unico. Una simile iniziativa ha senso secondo lei?

Altolà. Questa non è una proposta della Yellen, ma dell’Ocse, che ci sta lavorando da tantissimo tempo. Gli Stati Uniti, con il cambio di amministrazione, hanno molto più semplicemente deciso di appoggiare l’idea dell’Ocse.

Chiaro. Torniamo alla domanda…

Tutto muove dal fatto che debba esserci una ripartizione tra i diversi Paesi per quanto riguarda le tasse sui profitti. Pensi solo ai proventi di Facebook che genera ricavi in tutto il mondo ma paga le tasse solo negli Usa. E poi ci sono i paradisi fiscali, come l’Irlanda che usufruiscono di introiti che invece dovrebbero andare a tutti i Paesi dove l’azienda fattura. Per questi due motivi, e vengo alla sua domanda, la proposta rilanciata dagli Usa mi pare qualcosa di molto importante.

Crede che una tassazione su base globale possa essere una giusta risposta a un mondo che dopo la pandemia poggerà inevitabilmente su nuovi equilibri?

Sì, perché era sensata 20 anni fa, quando peraltro io fui tra coloro che la proposero non vedo perché non debba esserlo oggi. Ai tempi si parlava di una tassa comunitaria, per avere una ripartizione degli introiti generati dai profitti delle grandi aziende. Ne nacquero un paio di direttive, ma alla fine non se ne fece più nulla.

E come la mettiamo con chi paga le tasse laddove la pressione fiscale è meno forte? Riuscirà, ammesso e non concesso che l’operazione riesca, una simile norma a fermare le fughe di aziende?

Penso di sì, credo che questa proposta, se ben strutturata, può essere risolutiva su questo fronte e porre un vero, primo, freno al fenomeno. E sinceramente non vedo nemmeno troppi ostacoli alla realizzazione di questo obiettivo.

Mettere d’accordo le grandi economie globali su una tassa minima non le pare uno sforzo notevole?

Lo è, ma le faccio notare che fino ad oggi chi era contrario erano proprio gli Stati Uniti e ora che gli Usa hanno cambiato idea non credo sia difficile che gli altri Paesi si accodino.

I paradisi fiscali, o presunti tali, non la prenderanno bene…

Pazienza. Ma ricordo che ci sono forme di deterrenza verso questi Paesi per cui onestamente non mi aspetto forme di ostruzionismo all’ennesima potenza. Alla fine si allineeranno anche loro.

Parliamo dell’Italia. Sono anni che si parla di una riforma fiscale. Ma se non si fa nel 2021, anno di grandi cambiamenti, quando si farà?

Mi dispiace deluderla, ma questo non sarà l’anno di una riforma profonda e organica del nostro fisco. Perché non ci sono le premesse, politiche soprattutto. Il governo ha promesso di volersi occupare dell’evasione fiscale, figuriamoci se ha le forze e l’energia per fare una riforma. Abbiamo visto quel micro-condono che ha fatto felice Salvini.

Allora, niente riforma…

Esatto. Non c’è lo spazio politico e il tempo tecnico per farla. E nemmeno per studiarsi le ipotesi. Ci vorrà almeno un anno di lavoro. Ad essere ottimisti.

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