A distanza di mesi gli istituti non hanno ancora trovato il partner industriale con cui farsi le spalle larghe in vista di un post-pandemia decisamente difficile. Unicredit aspetta Mps e viceversa ma lo stop alla dote fiscale nell’ultimo decreto Sostegni complica la partita…

Come una fisarmonica, il riassetto del sistema bancario nazionale si accorcia e si allunga, a seconda della congiuntura politica e anche un po’ pandemica. L’ultimo colpaccio risale a oltre un anno fa, con la fusione tra Intesa SanPaolo e Ubi. Poi, la grande catastrofe sanitaria e un’eco costante di fusioni, ricapitalizzazioni e quant’altro tra le principali banche italiane.

Il simbolo del risiko bancario made in Italy sono certamente le tanto sospirate nozze tra Unicredit e Mps. L’istituto di piazza Gae Aulenti cerca da tempo un partner industriale per allargare le spalle e affrontare al meglio una stagione post-pandemica che per le banche, sofferenze in testa, si preannuncia molto difficile. Jean Paul Mustier, manager francese in sella all’istituto fino a tre mesi fa, non era molto d’accordo e alla fine, complici alcune divergenze sul piano industriale con il board, ha optato per il passo indietro. La politica (c’era ancora Conte premier) faceva il tifo per l’unione con Mps, e non a caso per la presidenza è stato scelto Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’Economia e deputato dem di Siena, mentre al posto del ceo francese è arrivato Andrea Orcel.

A volere il matrimonio, per la verità, è soprattutto Mps. L’istituto più antico del mondo, salvato dallo Stato nel 2017 al prezzo di 5,4 miliardi dopo anni contrassegnati da perdite figlie dei numerosi scivoloni che hanno colpito la banca – dall’operazione Antonveneta ai contratti derivati Alexandria e Santorini, fino all’aumento esponenziale delle sofferenze – è dinnanzi a un bivio, imposto dalla Bce. O un socio industriale di peso, e dunque Unicredit, la cosiddetta soluzione strutturale, o una ricapitalizzazione precauzionale da 2,5 miliardi per contrastare la perdita 2020 di 1,6 miliardi. Delle due l’una (oltre a Unicredit erano stati indicati anche altri istituti, come Banco-Bpm), purché, come chiede l’Ue, lo Stato si disimpegni ed esca una volta per tutte dalla banca nazionalizzata ormai quattro anni fa.

Dove sta il problema? Nel fatto che con l’ultimo decreto Sostegni varato dal governo di Mario Draghi, sembra essere venuto meno un importante elemento che avrebbe oliato non poco gli ingranaggi verso la fusione: il possibile ampliamento della cosiddetta dote fiscale.

Nel testo finale del Sostegni-Bis, spiega il Corriere della Sera, è stata eliminata quella che era la parte politicamente più discussa nell’ambito degli aiuti alle famiglie e alle imprese. E cioè quella norma che prevedeva una serie di modifiche alla normativa sulle Dta (Deferred tax asset) ovvero le perdite fiscali che già da inizio anno possono essere trasformate in credito d’imposta (e quindi in capitale) in caso di fusione con altre banche a fronte della corresponsione di commissioni, deducibili ai fini Ires e Irap, pari al 25% dell’importo. Un tesoretto che secondo i calcoli di Deutsche Bank, vale circa 11,6 miliardi per gli istituti italiani (contro i 10,8 precedenti), mentre nel caso specifico di Mps-Unicredit ammonta a 3,4 miliardi.

Dunque, si torna al punto di partenza, con Mps che cerca uno sposo e Unicredit la sua sposa, o viceversa. Ma c’è un altro fronte, quello di banca Carige, salvata anch’essa nel 2019 ma a mezzo aumento da 700 milioni sottoscritto dalle banche aderenti al Fondo interbancario. L’istituto genovese, ha scritto Italia Oggi, prosegue l’ attività di ricerca di un partner e l’aspettativa è ricevere offerte vincolanti entro l’ autunno per finalizzare un matrimonio entro fine anno. In questo caso le valutazioni verranno effettuate entro settembre e, dunque, risulta verosimile la tempistica di luglio per una lista di potenziali interessati.

Paradossalmente la potenziale aggregazione per la banca della Lanterna è proprio legata a doppio filo all’ evoluzione del risiko di Unicredit, Mps e Banco Bpm. Perché, è evidente agli addetti ai lavori che è difficile che tale partita si sblocchi prima che lo scenario bancario diventi più chiaro. L’ individuazione di un acquirente per la quota dell’ 80% detenuta dal Fondo interbancario si è imposta come una necessità dopo il passo indietro di Cassa centrale banca.

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