La Russia sta alzando il livello della propria presenza (o interferenza, per dirla come il premier Draghi) nel Mediterraneo. Dalla Siria nuovi bombardieri da impiegare in missioni simili a quelle sovietiche anti-Nato

La Russia ha schierato i bombardieri strategici Tu-22 nella base siriana di Khmeimim e intende usarli per missioni di monitoraggio sul Mediterraneo. La decisione ha dettagli tecnici che ne spiegano il valore tattico-strategico. I Tu-22 sono bimotori con ali a geometria variabile che hanno potenzialità di attacco sia convenzionale che nucleare, oltre che adoperabili per raid antinave e per operazioni di ricognizione e pattugliamento.

È la consolidazione di una strategia a lungo descritta che vede Mosca aver usato l’ingresso in guerra in Siria come strumento di proiezione strategica nel fianco orientale del Mediterraneo. Aver salvato dalla caduta il sanguinoso regime di Bashar el Assad ha portato diversi vantaggi ai russi, che hanno usato la guerra siriana per spingere la propria narrazione (raccontandosi per esempio come paladini della lotta al terrorismo, sebbene le missioni contro l’Is siano tutt’ora condotte quasi esclusivamente dalla Coalizione internazionale a guida americana); per giocare influenza nella regione mediorientale, davanti al disimpegno statunitense; per implementare i collegamenti e le postazioni militari come quella aerea di Khmeimim appunto, o quella navale di Tartus.

Le due basi si trovano entrambe nella provincia di Latakia, regno degli assadisti affacciato sul Mediterraneo orientale. Un luogo molto attivo del bacino (attività anche problematiche, vedere per esempio il ruolo giocato dalla Turchia, ma anche la crisi libanese, le tensioni israeliane, le dinamiche geopolitico-energetiche dall’Egitto a Cipro). L’idea di inviarvi in missioni di pattugliamento aereo uno dei sistemi più tecnologici e simbolici – l’ultimo aereo prodotto durante l’era sovietica – ha dunque anche un valore narrativo: Mosca fa capire di essere parte della partita e di investirvi assetti militari tra quelli di primo livello.

La decisione riflette la portata delle volontà d’espansione russa nella regione e suggerisce un ritorno al tipo di missioni che i bombardieri sovietici compivano durante la Guerra Fredda, quando tenevano traccia delle navi da guerra della Nata che operavano nell’area. I Tupolev sono atterrati per la prima volta lunedì 24 maggio nella pista secondaria della base siriana, che è stata recentemente ripavimentata, aggiornata nei dispositivi di comunicazione e accessoriata di nuove luci – e adesso è in grado di accogliere non solo Tu-22, ma anche i Tu-95 e i Sukhoi Su-160, il top di gamma dei bombardieri strategici russi.

“Gli equipaggi dei bombardieri a lungo raggio acquisiranno abilità pratiche nell’esercizio di compiti di addestramento in nuove aree geografiche durante i voli nello spazio aereo sul Mar Mediterraneo”, scrive in una dichiarazione il ministero della Difesa russo. Non è chiaro se la presenza di questi bombardieri diventerà regolare nella base siriana (“regolare” in questo caso significa non “di stanza”, ma che saranno comunque sempre presenti alcune unità di questi assetti inviate a rotazioni dalle basi di casa, in Russia).

Quello che è chiaro è che Mosca sta generalmente alzando il livello della propria presenza nel Mediterraneo – come dimostra anche la grossa presenza navale degli ultimi mesi (navi che hanno usato, usano, e useranno, lo scalo siriano di Tartus come sponda). Contesto che rende ancora più evidenti le ragioni delle preoccupazioni sulle attività russe espresse dal presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, a valle del Consiglio europeo di martedì 25 maggio. Dalla Siria alla Libia, passando per l’intensificarsi della penetrazione africana (sebbene con qualche battuta d’arresto), la Russia sta creando sfere di intervento da trasformare in sfere di influenza.

Come fatto col regime di Assad, nell’ultimo anno e mezzo, dopo aver dato sostegno ai ribelli dell’Est libico, si è via via consolidata la presenza russa in Cirenaica. Un fattore ritenuto di elevata preoccupazione per il Pentagono e per la Difesa italiana (e Nato), che vedono minacciata la funzionalità di strutture nevralgiche della stabilità regionale e delle relazioni transatlantiche come la base di Sigonella, o il MUOS e i cavi sottomarini che solcano il Canale di Sicilia. Ora, con i nuovi pattugliatori (armati), Mosca alza ancora l’asticella di questa “interferenza” per dirla come Draghi.

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