Ormai è chiaro che la legge sull’export di armamenti ha bisogno di un bel risciacquo in lavatrice. Ma c’è da riformare solo la norma o anche la cultura italiana? Il commento del generale Mario Arpino, già capo di Stato Maggiore della Difesa

La legge 185 del 9 luglio 1990 è nata con lo scopo di regolamentare l’esportazione dei materiali di armamento, tracciandone perimetro e limiti. Con questa premessa, appare subito chiaro che si tratta di un argomento sensibile sotto vari aspetti. Si spazia dall’etica al dettato costituzionale, dal diritto umanitario all’efficienza delle forze armate, dal tornaconto economico-industriale a quello politico, dalla politica estera a quella interna. Ce n’è per tutti e, soprattutto nei momenti di crisi – e quello che stiamo attraversando indiscutibilmente lo è – l’argomento favorisce l’impulso delle forze politiche di qualsivoglia estrazione a sostenere con motivazioni diverse (spesso valide, ma altrettanto spesso pretestuose) necessità di emendamenti, rifacimenti o stretta applicazione. È un argomento interessante, che può diventare estremamente divisivo.

Ormai è chiaro che questa legge ha bisogno di un bel risciacquo in lavatrice per essere depurata da tutte le scorie del passato: qualcosa va tolto, qualcos’altro va ripristinato e molto va revisionato e alleggerito alle luce di accadimenti anche recenti. Come la Brexit, o la richiesta di adesione alla Pesco, a sorpresa, della Turchia. Un impatto lo aveva già avuto la direttiva 2009/43/CE, i cui concetti sono stati recepiti nella 185 sotto forma di modifiche con il decreto legge 105 del 22 giugno 2012. Altro impatto verrà dall’evoluzione della formula “accordi G to G” (tra governo e governo), volti a soddisfare esigenze di acquisizione ai fini della sicurezza di materiali prodotti dall’industria nazionale di Stati esteri. Alcune difficoltà applicative sorgono proprio con la soppressione di disposizioni che nella legge inizialmente c’erano. Facciamo qui l’esempio dell’articolo 6 (Capo II, Organismi di coordinamento e controllo).

Questo articolo prevedeva, a livello di presidenza del Consiglio, un Comitato Interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la Difesa, il Cisd. Ebbene, questo organo decisionale, che nella situazione attuale svolgerebbe un ruolo fondamentale, è stato soppresso con legge già nel 1993, quando la legge 185 aveva solo tre anni di sperimentazione. Cosi oggi tutto si è riversato sulla buona volontà e sulle competenze dello Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento), che però, pur con tutti i coordinamenti esterni, ai fini delle autorizzazioni deve ottemperare unicamente alle disposizioni del ministro degli Esteri. È evidente che, nell’attuale dinamica internazionale questo è un limite e contemporaneamente una responsabilità inaccettabile per gli attuali operatori. Quindi, appare evidente come il Cisd, soffocato appena nato, vada immediatamente ripristinato. E, questo, è solo un esempio.

La problematica è stata sollevata non solo dagli interventi dell’ambasciatore britannico Jill Morris, dal sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulé e dai qualificatissimi relatori all’evento organizzato da Formiche. Qualche giorno fa il presidente dell’Aiad (Aziende italiane aerospazio e difesa), Guido Crosetto, in un’audizione davanti alla commissione Difesa del Senato affermava a chiare lettere che la contrazione delle esportazioni è dovuta anche ad alcune condizioni riferibili a situazioni interne. Ha citato il caso degli effetti Brexit (relazioni commerciali con uno Stato ormai extra-Ue), ma si è anche soffermato sul blocco improvviso da parte di Uama (a causa di una semplice mozione parlamentare) di tutti i rapporti industriali (compresi i contratti in corso) con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Non solo quello per le bombe utilizzate dall’Arabia Saudita in Yemen (pubblicizzato dalla stampa, in quanto contrario allo spirito della 185), ma anche per gli aerei MB-339 della Pattuglia Acrobatica emiratina (ma questo paradosso la stampa non lo ha citato). Sicuramente i funzionari di Uama hanno fatto ciò che dovevano o che è stato loro ordinato all’interno del dicastero. Proprio per questo – continua Crosetto – è necessario identificare nella 185 un luogo politico (il Consiglio dei ministri, il Comitato per la sicurezza) dal quale ottenere indicazioni politiche precise sui Paesi con i quali la collaborazione può essere piena. Si eviterebbero cosi crisi di credibilità industriale e implicazioni (anche di natura penale) per i funzionari di Uama, abbandonati a sé stessi. In altre parole, occorre ripristinare l’originale Cisd, nella pienezza delle sue funzioni decisionali.

Naturalmente ciò, visto il processo di ideologizzazione cui stanno andando incontro componenti più o meno rilevanti del nostro sistema politico, potrebbe non piacere a tutti. Per esempio, proprio nei giorni scorsi, a seguito delle istanze appena citate, è subito insorta a tutela di una 185 “dura e pura” la Rete Italiana Pace e Disarmo, perché “Vita e diritti umani vengono prima del profitto armato”. Non manca l’esortazione a implementare “misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie del settore della Difesa”. L’adesione a questa pubblica istanza al 14 maggio 2021 contava già ben 35 associazioni, organizzazioni, enti o fondazioni, che spaziano da Amnesty International Italia all’Arci, dai Beati costruttori di pace alla Cgil, da Geenpeace Italia a Noi siamo Chiesa, da Pax Christi a Save the Children Italia. Stranamente, nel lungo elenco manca l’Anpi.

Allora, in questa confusione, ai tanti dubbi e perplessità osiamo proporne anche uno nostro. Eccolo: c’è da riformare solo la legge 185/90, o anche la cultura italiana?

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