Cavusoglu a Riad. Ultimo passaggio di una serie fitta di contatti e colloqui che riguardano molti Paesi dell’area Medio Oriente e Nord Africa e si spalmano su tutti i più delicati dossier regionali (fase di distensione legata al pragmatismo: si sommano necessità e pressioni da Washington)

Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, è a Riad per parlare di “questioni regionali e relazioni bilaterali” con l’omologo Faysal bin Farhan bin Abdullah El Saud. L’incontro segue colloqui telefonici tra Re Salman e il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, e segue anche una serie di contatti e posizioni prese reciprocamente che sembrano smorzare – e di molto – le tensioni tra i due paesi che da anni si contendono l’egemonia del mondo islamico sunnita. Questione che ha spostato Ankara e Riad su lati opposti di diversi contesti geopolitici di primissimo piano (uno su tutti per l’interesse italiano, la Libia, dove i turchi hanno da sempre sostenuto il governo onusiano di Tripoli e le milizie collegate, mentre i sauditi hanno fatto parte di un blocco di Paesi che ha dato appoggio a chi quel governo voleva rovesciarlo con le armi fino a non più dello scorso ottobre).

L’avvicinamento tra Turchia e Arabia Saudita è in corso da alcuni mesi, diventato più esplicito da quando Joe Biden è entrato alla Casa Bianca. L’effetto Biden produce distensione tra due partner strategici molto importanti per Washington che però da tempo circolano in un’orbita troppo distante dal modo di pensare il mondo dell’attuale presidente. Se con il democratico il rispetto dei diritti umani, civili, democratici è diventato fattore di dinamizzazione di affari internazionali, allora sia Erdogan che i Salman devono ri-orientare la loro rotta. Turchi e sauditi sono protagonisti di azioni politiche sia interne che estere avventuristiche e aggressive, stringono la cinghia sui diritti, si lanciano in attività espansionistiche, sono disallineati dal pensiero profondo e strategico statunitense – con cui si cerca la massima stabilità possibile in una regione, l’area MENA, da cui gli americani cercano di disimpegnarsi.

L’avvicinamento è tattico, perché reso necessarie da cause di forza maggiore (leggasi, le volontà degli Stati Uniti, la necessità di alleggerire le avventure internazionali imposta anche dal Covid, l’incertezza economica). Il dialogo tra Turchia e Arabia Saudita fa parte di una primavera di contatti che (non casualmente) segue i primi cento giorni di Biden ed è stata avviata in forma più esplicita con la riconciliazione di al Ula – la città saudita che ha ospitato i negoziati per re-integrare il Qatar, alleato dei turchi in quella faglia intra-sunnita, nel sistema del Golfo, dopo che per oltre quattro anni Riad aveva guidato con gli Emirati un sistema di isolamento totale contro Doha. Pragmatismo: le divisioni profonde non sono sparite, ma adesso sembra più conveniente per tutti annacquarle. Dinamiche simili stanno portando l’Arabia Saudita ad avviare contatti (intanto di intelligence) con l’Iran – partita in cui trova un ruolo anche la Turchia.

Nelle scorse settimane una delegazione turca si è anche recata in Egitto. È un altro pezzo di dialogo, perché il Cairo è sul lato di Raid e Abu Dhabi e finora contro Ankara e Doha. Si torna a parlare, e gli effetti riguardano il Mediterraneo orientale e in generale tutto l’areale allargato: area di proiezione geopolitica dell’Italia. La Libia in questo è un test. L’avvio di negoziati sul Paese tra turchi ed egiziani si può allargare al quadro regionale. Gli emiratini – che con l’Egitto hanno guidato le ambizioni di chi voleva rovesciare il governo di Tripoli sostenuto dai turchi – restano per ora indietro, ma non è escluso che a breve possano aprirsi contatti con Ankara – magari con l’aiuto dell’Ue. E nel frattempo, il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, che guida il gruppo pragmatico-moderato alle presidenziali, si dovrebbe recare negli Emirati in una visita che ha un sapore nuovo, sebbene contatti siano già in piedi, se si considera che fino non troppi mesi fa si temeva che la via d’uscita alle crisi che si moltiplicavano nel Golfo e nel Medio Oriente sarebbe stata una complessa guerra a blocchi.

Sembra come se si fosse raggiunta in modo nitido una consapevolezza: l’approccio conflittuale non porta risultati, tanto meno se alla Casa Bianca c’è un player come Biden, interessato alla distensione anche a costo di azioni severe come lo stop delle forniture di armi ai sauditi (blocco che Riad cerca di aggirare anche attraverso forniture turche per armamenti come gli efficientissimi droni). In questo genere di aperture e dialoghi rientra anche la Siria, teatro in cui tutti (sauditi, emiratini, qatarini, turchi, iraniani, egiziani) sono impegnati e impelagati da oltre un decennio. Pochi giorni fa, il capo dell’intelligence saudita, generale Khalid Humaidan, è voltato a Damasco per un bilaterale con il generale Ali Mamlouk, potentissimo braccio destro del presidente Bashar al-Assad. Come con la Turchia dopo il caso Khashoggi,

Riad aveva rotto le relazioni con la Siria dopo aver per anni sostenuto le varie forme di opposizione (anche armata) al rais. Di nuovo il pragmatismo: Assad soffre il peso dell’alleanza con l’Iran e contemporaneamente sa che il suo Paese non potrà essere ricostruito senza i fondi del Golfo. Riad sa che se parteciperà in forza alla ricostruzione avrà più ascendente sul Paese (che i Pasdaran hanno trasformato in una loro piattaforma armata). Se la Libia è una sorta di test politico per vedere fin dove può arrivare questa stabilizzazione tattica, la Siria ne diventa uno di sicurezza, che tocca dinamiche collegate come le intemperanze delle milizie sciite filo-iraniane in Iraq, o la guerra civile in Yemen (dove Riad hanno estremo bisogno di un’exit strategy da quello che è diventato il Vietnam saudita).

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