Due mesi fa il vaccino russo sembrava la risposta ai malanni d’Europa, ma col passare del tempo sono emersi i buchi nella strategia di diplomazia vaccinale russa. E ora sembra non volerlo più nessuno

A marzo pareva che l’Europa, annaspando dietro ai ritardi nelle consegne dei vaccini, si stesse per votare a Sputnik V. Angela Merkel ed Emmanuel Macron avevano parlato con Vladimir Putin dell’adozione e della produzione del vaccino russo nei rispettivi Paesi, mentre dall’Austria Sebastian Kurz premeva sull’Ue perchè l’Ema (l’agenzia europea del farmaco) lo approvasse in fretta e furia. Anche in Italia per un attimo è parso che si dovesse iniziare a produrre il siero russo, complice il suo arrivo a San Marino e il fronte variegato dei politici pro Sputnik.

Sputnik V era effettivamente propagandato dai suoi sostenitori come una sorta di Graal: disponibile subito, facile da trasportare e conservare, efficace, economico. E Mosca non ha mai staccato il piede dall’acceleratore di un’immensa campagna di diplomazia vaccinale condotta su più fronti e raccontata da Formiche.net fin dal suo inizio.

A oggi, però, Sputnik non è riuscito a fare breccia nell’Occidente geopolitico. Tra tutti i Paesi europei solo uno – l’Ungheria di Viktor Orbán – lo sta utilizzando per la propria campagna vaccinale, anche se secondo i ricercatori Globsec solo 4% dei cittadini è disposto a utilizzarlo. La percentuale è più alta in Slovacchia (15%), ma l’acquisto di dosi del vaccino da parte del governo ha causato un contraccolpo devastante nel sistema politico slovacco, che favorisce l’allineamento agli standard europei, e ha portato alle dimissioni del primo ministro Igor Matovič.

Il motivo per cui le autorità sanitarie slovacche hanno fatto marcia indietro sull’utilizzo di Sputnik (pure avendo sottomano le prime 200.000 dosi) è lo stesso che ha portato quelle brasiliane a rifiutare il vaccino la settimana scorsa. È anche il motivo per cui l’Ema non può autorizzarlo con facilità. Si tratta della mancanza di dati sperimentali essenziali per l’approvazione (ne mancano tre quarti per raggiungere gli standard europei), assieme all’opacità dei russi nel fornirli e all’incertezza sulla qualità che ne deriva.

Ai dubbi sulla sicurezza si aggiungono anche i problemi di ordine pratico: semplicemente, la Russia non ha la capacità per produrre in massa il vaccino e fornirlo a 146 milioni di russi, più i 64 Paesi che lo avrebbero approvato. A oggi solamente il 5% dei russi è stato immunizzato con entrambe le dosi, e le consegne in giro per il mondo sono risibili. Motivo per cui il Rdif, il fondo sovrano russo che commercializza Sputnik V, sta tentando di aumentare la produzione stipulando contratti con Paesi esteri.

Ma anche se la produzione decollasse e l’Ema approvasse il farmaco, le dosi arriverebbero comunque troppo tardi per aiutare la campagna vaccinale europea, che dovrebbe concludersi in autunno. E guardando più in là, nell’ottica di aumentare la capacità dei Paesi europei di produrre vaccini per far fronte alle varianti e ai richiami che probabilmente saranno necessari, Sputnik è già un vaccino obsoleto.

A questi fatti il Cremlino non ha potuto controbattere se non attraverso le solite accuse propagandistiche. Il profilo Twitter di Sputnik V ha contestato duramente le decisioni di Slovacchia e Brasile, dicendo che “tutte le informazioni necessarie sono state condivise” e chiunque opponga l’adozione di un vaccino “creato per tutta l’umanità” lo fa per motivi politici. Nonostante l’apparato propagandistico del Cremlino abbia passato mesi a fare disinformazione dannosa sui vaccini occidentali.

La posizione dell’Europa è invariata: anche se ogni Paese europeo può comprare dosi di Sputnik per sé, la sentenza dell’Ema è la stella polare della questione e determinerà se conviene o meno procedere con l’inoculazione e la produzione del vaccino russo, anche se entrambi gli scenari, per ora, appaiono improbabili.

 

 

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