La tassa globale con aliquota al 15% sui profitti delle multinazionali concepita per porre fine ai paradisi fiscali arriva sul tavolo del G7 di Londra. Una battaglia da estendere all’Ocse che porta il nome di Joe Biden e Janet Yellen. Che in casa giocano un’altra delicata partita fiscale, con i Repubblicani…

Con le tasse non è mai facile, nemmeno per l’uomo più potente del mondo, il presidente degli Stati Uniti. Eppure, arrivare a meta è possibile. Ma qualche metro di terreno bisogna cederlo, altrimenti si rischia di far saltare tutto il banco e tornare all’anno zero. E così, se Joe Biden e Janet Yellen faranno di tutto per portare a casa la minimum corporate tax (un’aliquota minima al 15% sui profitti delle multinazionali da applicare laddove generano profitti) su scala globale (si parte dal G7 per arrivare all’intera area Ocse), dall’altra dovranno cedere qualcosa sul fronte interno.

PARTITA DOPPIA

In questi giorni infatti, il presidente è impegnato in un braccio di ferro con i Repubblicani che non ne vogliono sentire parlare di alzare le tasse sulle majors statunitensi fino al 28% (Donald Trump l’aveva abbassata dal 35 al 21%). Ma a Biden quella stretta serve, perché senza quei soldi sarà difficile finanziare tre piani pandemici a base di sussidi e investimenti che valgono quasi 5mila miliardi di dollari. E allora ecco il parallelismo: Biden lotta in casa per le tasse e lotta oltre i confini per le imposte sulle multinazionali.

Sulla prima però, il vantaggio sembra esserci, soprattutto nei giorni in cui il mondo ha scoperto che la consociata irlandese di Microsoft ha registrato l’anno scorso quasi 315 miliardi di dollari (260 miliardi di euro) di utili, staccando dividendi alla casa madre per oltre 55 miliardi di dollari (oltre 45 miliardi di euro) senza pagare nemmeno un centesimo di tasse, grazie ai vantaggi fiscali di un paradiso fiscale, l’Irlanda appunto. Senza dimenticare che uno studio del 2018 citato dall’Economist ha concluso che circa il 40% dei profitti esteri delle multinazionali viene spostato artificialmente in paesi a bassa tassazione.

Non può stupire dunque che gli Stati Uniti, nel giorno in cui a Londra si apre il G7 delle finanze, stiano premendo l’acceleratore della tassa globale sui profitti per porre fine ai paradisi fiscali in tutto il mondo e fissare una tassa minima a livello globale, in nome dell’equità e per frenare le delocalizzazioni, proteggendo però le multinazionali digitali. Lo stesso Biden considera la lotta ai paradisi fiscali e lo sforzo verso una maggiore equità del fisco una priorità della propria amministrazione, nonostante le resistenze in patria e a livello internazionale. Nel G7, insieme a Canada e Giappone, l’Italia si è schierata al fianco degli Stati Uniti.

LUCI SU LONDRA

Al centro dei lavori londinesi, come detto, il tema di una tassa minima globale, primo pilastro di una vasta riforma fiscale in chiave equità, da espandere all’area Ocse. Il tutto da unire a una seconda operazione, parente della prima, ovvero la possibilità di tassare i profitti delle grandi multinazionali. “Vogliamo che le aziende paghino la giusta quantità di tasse nel posto giusto e spero che potremo ottenere un accordo equo con i nostri partner”, ha spiegato il ministro delle Finanze britannico Rishi Sunak in una dichiarazione in apertura della riunione londinese.

I ministri delle finanze di Germania, Francia, Italia e Spagna (quest’ultimo Paese non membro del G7) puntano a trovare una posizione comune. Daniele Franco, Bruno Le Maire, Olaf Scholz e Nadia Calvino si impegnano “a stabilire una posizione comune sulla nuova tassazione internazionale alla riunione dei ministri delle Finanze del G7 a Londra”, ritenendo che “la possibilità di raggiungere un accordo è a portata di mano” per il G20 economico e finanziario di luglio. Insomma, i tempi sono maturi.

Certo, c’è sempre la possibilità che i Paesi a bassa tassazione, Irlanda in testa, si oppongano sia alla minimum tax sia alla tassa digitale. In linea teorica potrebbero esercitare un veto in sede Ocse, dal momento che le decisioni fiscali richiedono l’unanimità. Ma ciò sembra improbabile, perché il pressing, a cominciare dagli Stati Uniti, è fortissimo. E poi gli stessi Usa, come altri Paesi, potrebbero sempre imporre tasse minime alle proprie aziende anche senza un accordo globale.

L’ECO DI WASHINGTON

Fin qui la partita di Biden fuori dagli Stati Uniti. Poi c’è quella domestica, in casa. Nella quale il successore di Trump alla Casa Bianca sta trattando con l’opposizione repubblicana per ottenere il via libera ai maxi piani pandemici, in particolare su quello destinato alle infrastrutture del valore di circa mille miliardi di dollari, una netta riduzione rispetto ai 2.300 miliardi annunciati.

In cambio di un ok al piano infrastrutturale, Biden propone di fare un passo indietro sull’aumento delle tasse grandi aziende, un argomento caro al partito Repubblicani, ma non sulla rimozione degli sgravi fiscali sui capital gain, ovvero la differenza tra il prezzo di vendita e quello di acquisto degli strumenti finanziari. Biden si è offerto di rinunciare all’aumento dell’aliquota di imposta sulle grandi società dal 21% al 28%, da soppiantare appunto con la minimum tax del 15%, in cambio del via libera dei Repubblicani. Una partita ancora tutta da giocare.

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