La sfera africana è il naturale trampolino per l’ambita proiezione globale francese, ma le cose non stanno funzionando al meglio. Emanuele Rossi spiega perché

“Abbiamo vinto questa guerra; abbiamo cacciato i terroristi; abbiamo messo al sicuro il nord”, diceva l’ex presidente francese François Hollande nel 2013 a proposito del Mali. A distanza di otto anni, Emmanuel Macron intervistato dal Journal du Dimanche dice, in un pezzo uscito domenica 30 maggio, che la Francia sta valutando l’idea di uscire dallo stato africano in cui è militarmente presente. La corte costituzionale del Mali ha dichiarato due giorni fa nuovo presidente ad interim Assimi Goita, il colonnello che ha guidato un colpo di stato militare la scorsa settimana mentre era vicepresidente. Dall’agosto 2020 a oggi la Françafrique ha subito tre colpi durissimi. La sfera d’influenza che Parigi considera come cortile casalingo ha visto succedersi due colpi di stato proprio in Mali e uno in Ciad.

Vale la pena spiegarne il peso. Il Paese che ha fatto da gancio per l’intervento militare francese di stabilizzazione del Sahel è finito prima in mano ai militari, e poi quegli stessi militari hanno arrestato e costretto alle dimissioni il presidente e il primo ministro — civili — che loro stessi avevano accettato come autorità di transizione. Da agosto 2020 a maggio 2021. Il governo francese decise di schierare un dispositivo militare in pianta stabile nel Sahel (ora si chiama operazione “Barkhane”) proprio per ristabilire l’ordine davanti a una ribellione Tuareg all’occupazione jihadista del Nord del Mali. Era il 2012.

In Ciad poi, l’operazione Barkhane (ormai espansa) trovava il suo principale alleato: il paese guidato da Idriss Déby era il partner dell’impegno di Parigi nella regione. Ma ad aprile Déby è rimasto vittima di un’imboscata: ucciso da un attacco compiuto dai ribelli del Front pour l’Alternance et la Concorde au Tchad (FACT). Il gruppo si è mosso dal Sud della Libia, dove si rifugia, e ha compiuto nuove e numerose incursioni nelle ultime settimane. Ironia della sorte, quei miliziani che da anni combattono l’egemonia di Déby (presidente autoritario dal 1990 alla faccia di Montesquie) hanno ricevuto training in Cirenaica. Là sostenevano i ribelli guidati da Khalifa Haftar che come obiettivo avevano (e in parte ancora conservano) quello di rovesciare il governo onusiano di Tripoli: un lato del conflitto con cui Parigi ha a lungo flirtato.

Nell’organizzazione dell’intervento pensato dalla Francia l’obiettivo era portare stabilità e trarne vantaggi/influenza in una regione in cui la penetrazione e la presenza è stata storicamente attiva. All’opposto, due paesi in crisi istituzionale (in Ciad il ruolo di Déby è stato preso da una giunta militare guidata dal figli: non proprio un regolare processo democratico) rappresentano una crepa in questa strategia. Che per altro prevedeva di appoggiare clandestinamente le velleità di un signore della guerra libico che ambiva a diventare il nuovo rais e che attualmente è stato bloccato dalla risposta militare della Tripolitania (col sostegno cruciale turco) e dalle attività politico-diplomatiche della Comunità internazionale. Nelle prossime ore il primo ministro libico Abdelhamid Dabaiba ripartirà da Roma per andare in Francia: Macron gli parlerà con la consapevolezza che in Libia e nella regione soffre.

Per il presidente francese il problema è tanto africano quanto internazionale. La situazione si porta dietro un colpo di immagine per Parigi. La sfera africana è il naturale trampolino per l’ambita proiezione globale francese, ma le cose non stanno funzionando al meglio. La missione Barkhane dura da otto anni, è costata uomini e mezzi e soldi dei contribuenti; Macron ha coinvolto nell’impegno diversi alleati (il dispositivo “Takuba”, integrato nell’operazione, ha spostato diversi paesi europei, tra cui anche l’Italia, nel Sahel); i risultati non arrivano.

L’impegno nella regione che si estende dal Nordafrica all’area Subsahariana è importante per la Francia e per l’Europa. Le ragioni sono diverse — dal controllo del terrorismo a quello delle rotte migratorie, fino all’aiuto allo sviluppo a quei paesi che compongono il vicinato allargato e alla creazione di sfere di dialogo (in un’area in cui potenze rivali competono). Il punto per Parigi è questo: la realtà va ben oltre la narrativa, l’instabilità aumenta anche perché i governi locali amici sono deboli (e l’impegno per rafforzarli elevato).

Il racconto pensato da Macron di una Francia in grado di promuovere e proiettare sovranità strategica ne esce indebolito. Il reset con l’Italia — vista dai francesi come un competitor da sorpassare in quella regione — uscito dall’ultimo Consiglio europeo diventa un’ammissione di difficoltà davanti un attore che ha valutato con più ponderazione le varie situazioni? La risposta è almeno in parte nell’analisi per Formiche.net di Leonardo Bellodi, il quale suggerisce che Roma può mettere in campo diverse capacità, tra cui l’approccio socio-economico-securitario nel contrasto alle organizzazioni criminali che prosperano laddove lo stato manca come i i gruppi armati nel Sahel — “La strada militare ha mostrato tutta la sua debolezza”, scrive.

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