La gara della diplomazia attorno alla grande diga sul Nilo coinvolge Etiopia, Egitto e Sudan, Qatar e Emirati Arabi, ma anche Lega Araba e Unione africana. Chiamati in causa anche l’Onu, e potenze come Stati Uniti, Cina e Russia

Come previsto, la questione della grande diga sul Nilo Gerd sta diventando una problematica regionale che coinvolge molti attori internazionali. Con i lavori di costruzione con main contractor WeBuild che procedono verso la fase di riempimento, l’Etiopia (che intende bloccare il fiume sacro per produrre elettricità all’altezza del Benšangul Gumuz) rivendica la necessità di andare avanti; il Sudan (confinante con l’area di progetto) protesta ma fa espresso interesse per un accordo interinale; l’Egitto si dice pronto a tutto purché l’acqua che scorre a valle non sia modificata nella portata. L’argomento è stato oggetto di una riunione d’emergenza della Lega Araba, in cui i ministri degli Esteri dei paesi membri hanno deciso di chiedere un intervento speciale delle Nazioni Unite prima che la situazione degeneri.

Nel frattempo, due attori molto influenti del mondo arabo e del contesto allargato che dal Medio Oriente e Nord Africa scende verso il Corno e l’Africa Centrale, stanno usando la questione della diga per costruirsi uno spazio diplomatico. Emirati Arabi e Qatar – de facto sui due lati della divisione intrasunnismo tra anti e pro status quo e fino a pochi mesi fa divisi de iure dall’isolamento imposto a Doha – stanno cercando di mettere in campo le proprie iniziative di mediazione. Un modo per costruirsi influenza regionale, ma anche per apparire agli occhi internazionali come agenti di stabilizzazione – elemento da non sottovalutare davanti a potenze come Stati Uniti e Unione Europea, o Cina, che la stabilità vogliono perché vi trovano vantaggio.

Come già su altri dossier, Doha e Abu Dhabi cercano spazi diplomatici, sia per interesse diretto sia per compiacere in via indiretta i propri senior partner. Tutto serve, in un momento in cui la nuova Casa Bianca si dimostra interessata ai vari dossier regionali più che altro in funzione di stabilizzazione e dialogo, e rafforza in quest’ottica la cooperazione con gli alleati di primo livello. In un momento, ancora, in cui entrambi quei Paesi sono costretti a iniezioni sostanziose di liquidità per tenere vive strutture come le compagnie di bandiera; liquidità che si lega al mondo oil&gas nel loro caso, su cui qatarini e emiratini hanno consapevolezza che la parabola di prosperità e sfruttamento è in fase discendente a causa della decarbonizzazione. Insomma, in una fase della loro storia in cui sono chiamati a proiettarsi verso il futuro.

Doha ha ospitato il meeting emergenziale, ma qui la partita prende una forma diversa. La riunione della Lega Araba e la richiesta di assistenza al Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite non è stata presa bene dall’Unione africana. L’organizzazione si è sentita superata, delegittimata su un dossier che considera a sua volta un campo di test importante per provare le proprie capacità di gestire il dialogo nel continente — anche in questo caso agli occhi dei grandi della Comunità internazionale.

L’Etiopia ha fatto sapere che non intende trattare al di fuori del contesto africano. Emirati e Qatar hanno preso sfumature differenti. I primi cercano di mantenere una certa equidistanza rispetto a tutti gli attori in campo, i qatarini invece provano a dimostrarsi vicini ai paesi membri della Lega – Egitto, fondatore, e Sudan – anche per sfruttare l’occasione come via per recuperare terreno dopo l’isolamento.

Tutto è molto fluido, la rincorsa diplomatica sembra orientata alla cura e proiezione di interessi dei singoli (siano stati oppure organizzazioni). Washington, player a cui tutti guardano inevitabilmente, ha messo in attività l’inviato speciale per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman. L’area è strategica, le condizioni delicate (crisi sono in corso nel Tigray dà la dimensione dei potenziali allargamenti), altre potenze come Russia e Cina cercano ruoli, l’attivismo dei paesi della regione rischia di trasformarsi in caos. Dinamiche che come spiegato a Formiche.net dall’ex ministra degli Esteri Emanuela Del Re, attuale inviato speciale Ue per il Sahel, riguardano un’area di particolare interesse anche per l’Italia.

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