Dalla seconda riunione internazionale di Berlino uscirà un rafforzamento sugli indirizzi per la stabilizzazione libica. La necessità che le forze straniere escano dal Paese e che si tengano le elezioni è tra gli obiettivi principali e su questo le varie parti presenti al summit aumenteranno le pressioni. Conversazione con Varvelli (Ecfr)

Secondo Arturo Varvelli, direttore dell’ufficio di Roma dell’Ecfr ed esperto internazionale del teatro libico, la conferenza internazionale “Berlino-2” che la Germania ospita oggi, 23 giugno, ha una road-map chiara e decisa: gli attori internazionali che partecipano, e l’amministrazione libica che lavora sotto egida Onu (il Governo di unità nazionale guidato da Abdelhamid Dabaiba), sanno bene quali sono gli obiettivi e quali i problemi di questo secondo turno di colloqui – dopo quelli del gennaio 2020.

“Due i grandi elementi sul tavolo: il primo è l’uscita delle forze straniere, che è un elemento tutt’altro che positivo per la stabilizzazione; il secondo riguarda la necessità di arrivare alle elezioni, che non saranno il passaggio definitivo ma non votare è certamente un elemento che può alterare gli equilibri, e anche per questo le richieste sul voto si stanno facendo più insistenti”, spiega Varvelli.

Per quanto riguarda la presenza di forze straniere all’interno della Libia, la situazione è questa: durante gli scontri – l’assalto da parte dell’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, a Tripoli tra aprile 2019 e ottobre 2020 – le due fazioni libiche hanno ricevuto assistenza dall’esterno. In Tripolitania, il precedente governo onusiano Gna ha stretto un accordo di cooperazione militare con la Turchia; le forze dell’Est hanno invece ricevuto assistenza da Egitto, Emirati Arabi e Russia, che si è configurata nell’ingresso in Cirenaica di contractor sia russi (del Wagner Group) sia ciadiani e sudanesi.

Questi dispiegamenti sono stati più volte esposti e denunciati dalla Comunità internazionale – Ue, Usa, Onu, e recentemente anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha fatto sentire la sua voce – che ha sempre ricordato che, secondo il cessate il fuoco raggiunto, queste unità armate avrebbero dovuto lasciare il paese il 23 gennaio. “La situazione è bloccata, e lo scopo della conferenza è anche quello di alzare il livello di pressione sui vari attori internazionale, ma è chiaro che serva sia un atteggiamento più deciso, sia e soprattutto la volontà di Russia e Turchia di fare un passo indietro”, spiega Varvelli.

Secondo il direttore dell’Ecfr, con la Russia si apre qualche spiraglio anche perché c’è stato il recente ri-approccio Biden-Putin. “Però dobbiamo tenere conto – continua – che la Libia è una casella molto piccola nell’interesse di Stati Uniti e Russia e parte di un gioco complessivo. Sotto questo punto di vista servirebbe un passo formale molto più forte con Mosca per chiedere il ritiro del Wagner Group. In fondo il Cremlino ha sempre negato che lo schieramento di questi uomini sia riconducibile al governo russo, e questo se da un lato lascia una scappatoia sulle responsabilità, dall’altro lascia aperta la possibilità su un ritiro che dal punto di vista narrativo non sembri una sconfitta”.

Dall’altra parte c’è la Turchia, che in Libia ha proiettato parte della sua forza e capacità internazionale, ma sembra essere in una fase di sovraesposizione, impegnata su tanti, troppi dossier forse al di sopra delle sue possibilità. “Ad Ankara sembra esserci percezioni di questo. I turchi sono stati molto assertivi ma conoscono i propri limiti, e qui servirebbe che l’Europa prendesse una traiettoria di maggiore pro-attività per trattare sia la situazione nel Mediterraneo Orientale che quella libica, fascicoli per altro sovrapponibili”.

Per Varvelli non va affidata alla Conferenza un eccessivo peso narrativo ed eccessive speranze: “D’altronde già la scorsa volta la riunione di Berlino era stata raccontata come un successo diplomatico internazionale, ma non perdiamo di vista il fatto che il cessate il fuoco è stato raggiunto dopo l’intervento militare turco, che ha sancito la vittoria sul campo contro l’assalto di Haftar. Da lì si è trovata la quadra per stabilizzare la tregua. La Conferenza ha fatto da piattaforma di dialogo, ma la partita si è risolta sul campo”.

Proprio mentre si svolgevano i precedenti incontri di Berlino, Haftar muoveva sui campi petroliferi bloccando di fatto l’export libico. Qual è la posizione di Haftar in questo momento? “Haftar adesso ha molto meno sostegno a livello internazionale anche come effetto-Biden, perché sul processo di stabilizzazione stanno puntando un po’ tutti. E d’altronde, come giusto che sia per un esecutivo di unità nazionale, in questo governo lui ha spazi e presenza”, spiega l’esperto italiano. Gli basteranno? “Queste è l’incognita, perché quello che è certo è che lui in qualche modo vuole ancora avere voce in capitolo sulla Libia”.

Negli ultimi giorni, mentre la data del summit berlinese si avvicinava, le forze di Haftar hanno lanciato una campagna militare nel Fezzan, dove cellule dello Stato islamico sono tornate a palesare la propria presenza; poi ha chiuso un valico di passaggio al confine algerino; e ha bloccato i lavori di riapertura della strada costiera strategica Misurata-Sirte.

Un punto centrale è: chi controlla quello che sta succede sul campo? “Servirebbe un gendarme, perché il contesto internazionale resta ancora favorevole alla soluzione, ma manca qualcuno che effettivamente sul campo controlli la situazione. Per certi versi – spiega Varvelli – la Libia continua a rivelarsi un paradigma di situazioni più grandi e complesse e nel caso è una sorta di rappresentazione del mondo multipolare e del nuovo multilateralismo: gli Stati Uniti sono poco coinvolti, l’Ue non sembra in grado di volersi far coinvolgere in modo approfondito, Russia e Turchia vogliono farlo ma non gli viene permesso”.

Secondo alcuni rumors, Ankara starebbe proponendo a Tripoli di istruire alla conferenza un documento che possa consolidare la presenza militare turca nel paese; e questa soluzione potrebbe anche non dispiacere a Germania e Italia perché inquadrabile nel più articolato schema del controllo delle rotte migratorie (che la Turchia gestisce per conto dell’Ue sul lato balcanico e che ora, per pragmatismo, potrebbe essere allargato al Mediterraneo). È la Turchia, membro Nato, il gendarme giusto nonostante tutte le controversie?

”Difficile dirlo, ma quello che penso – risponde Varvelli – è che siamo davanti alla necessità di istituzionalizzare e multilateralizzare la presenza turca debba essere in qualche modo. Per esempio una missione internazionale a prevalenza turca? Magari non già alla conferenza di Berlino, ma è possibile che in qualche maniera prossimamente si arrivi a una soluzione del genere, con Ankara chiamata a rimuovere dalla Libia tutti i mercenari siriani e lasciare nel paese solo le unità regolari”.

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