Perché il Mediterraneo è così strategico? Ecco i numeri nel dibattito “A Strategic Nexus” di Formiche e ChinaMed con Deandreis, Liao Fangli (Tencent), Cucino, Hackaj, Padoan e Gabusi

La pandemia Covid-19 ha accelerato la regionalizzazione della globalizzazione in quattro macroregioni: Nord America (Nafta), Europa (Unione europea), Africa (Afcfta) e Asia (Rcep). A spiegarlo è Massimo Deandreis, direttore generale di SRM, centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo e specializzato sull’economia del Mezzogiorno e sulle tematiche legate all’economia marittima. Il manager è intervento alla conferenza “The strategic role of Chinese trade in the new centrality of the Euro-MED”, all’interno del ciclo “A Strategic Nexus” organizzato da Formiche e da ChinaMed, un progetto di ricerca del TOChina Hub dell’Università di Torino, insieme all’Università di Tel Aviv, all’Università di Pechino e all’ufficio di Roma della Georgetown University. A coordinare i lavori Giuseppe Gabusi, professore associato dell’Università di Torino.

Ma perché il Mediterraneo è così strategico? Deandreis ha presentato sei numeri globali: il 27% dei container; il 20% del traffico marittimo; il 71% degli scambi tra Italia e Mediterraneo via mare; 659 milioni di tonnellate sui servizi marittimi a corto raggio (short sea shipping); 18 porti; oltre 1 miliardi di tonnellate di beni che passano da Suez e lo rendono uno snodo cruciale tra le quattro macroregioni senza “reali alternative” neppure davanti alla nuove strategiche rotte come quella artica. Per questi elementi, che rappresentano una nuova mentalità del Mare Nostrum, “per la Cina il Mediterraneo è il crocevia per raggiungere i mercati europei, il Nord Africa, il Medio Oriente con l’opportunità di raggiungere la costa Est degli Stati Uniti”. E così, ha spiegato ancora l’esperto, “la forte presenza cinese nelle infrastrutture marittime del Mediterraneo è parte di questo processo” di regionalizzazione della globalizzazione che ha nell’Italia “una sorta di ponte logistico ed energetico tra l’Europa continentale e il Nord Africa”.

Dopo il keynote speech di Deandreis, il professor Gabusi ha aperto il dibattito che ha coinvolto: Liao Fangli dello Strategic Development Center di Tencent, colosso cinese di cui è anche responsabile della comunicazione all’estero, con un passato in Huawei; Davide Cucino, presidente emerito e rappresentante a Bruxelles della Camera di commercio dell’Unione europea in Cina; Ardian Hackaj, direttore della ricerca del Cooperation and Development Institute di Tirana e coordinatore del Tirana Connectivity Forum; Simone Padoan, coordinatore del Venice Tianjin Technology and Innovation Cooperation Platform.

Se Liao Fangli si è soffermata sull’innovazione – di cui la sua azienda è protagonista – che è stata indotta dalla pandemia e ha invitato i Paesi mediterranei a essere parte di questo processo di connettività che parte dalla Cina, Cucino ha sottolineato come oggi “sia molto difficile pensare a format stabili”, con riferimenti alla suddivisione in macroregioni e citando la recente decisione della Lituania da uscire dal dialogo 17+1 (“verticale”) con la Cina. Cucino ha concluso il suo intervento invitando a “non sottovalutare alcuni problemi che sta portando la Via della Seta”, anche nella sua versione digitale, con questioni come l’intelligenza artificiale su cui gli europei “non si sentono a proprio agio rispetto alle aziende e ai progetti cinesi”.

Rimanendo sulla Via della Seta, Hackaj ha posto l’accento sulla necessità d’impegno cinese nella lotta alla corruzione e ha spiegato che “i Balcani occidentali possono diventare un modello per la cooperazione tra l’Unione europea, la Cina e i Paesi” della regione “per rafforzare la buona governance n progetti infrastrutturali”. È una situazione “win-win-win”, ha sostenuto.

Padoan ha porta la prospettiva delle piccole e medie imprese: “Non possiamo immaginare un futuro senza la Cina” ma “non è affatto semplice aver a che fare con il mercato cinese”. Inoltre, “ci sono Paesi in Europa possono gestire un rapporto bilaterale con la Cina ma molti altri, come l’Italia, non possono” per via della composizione delle loro economie, ha aggiunto definendo “grave” la decisione del Parlamento europeo di congelare l’accordo Cai con la Cina, per due ragioni: lascia senza protezione le piccole e medie imprese e rafforza gli intenti bilaterali.

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