Nel secondo trimestre dell’anno Pechino mette a segno una crescita del Pil del 7,9%, dopo l’exploit nei primi tre mesi (+18,3%). E gli economisti prevedono un ulteriore rallentamento da qui a fine 2021. Colpa di un debito sempre più grande ma anche dei prezzi delle materie prime…

Una rondine non fa primavera. Vecchi detti a parte, la Cina vive uno strano momento, in cui le speranze di un ritorno alla crescita pre-pandemica si scontrano con una drammatica situazione finanziaria, figlia di un debito pubblico e corporate diventato troppo grande e pericoloso, come raccontato in questi mesi da Formiche.net. Il mondo intero era rimasto stupito quando la Cina aveva reso noto il suo dato del Pil relativo ai primi tre mesi dell’anno, +18,3% mentre ancora infuriava la pandemia. Forse però non aveva ben compreso le enormi criticità del sistema finanziario del Dragone, a cominciare dalle insolvenze dei grandi colossi di Stato e dalle piccole banche di territorio a corto di liquidi, causa prestiti in sofferenza.

SE IL DRAGONE HA IL FIATONE

I nodi, a quanto pare, sembrano venuti al pettine e nonostante il segno positivo anche nel secondo trimestre, sulla crescita cinese continua ad aleggiare una certa incertezza. Tra aprile, maggio e giugno il Prodotto interno lordo cinese è cresciuto dell’1,3% rispetto ai tre mesi precedenti. Ma è su base annuale che si registra la frenata, marcata: +7,9 per cento contro quel 18,3 per cento del primo trimestre. Il rallentamento, dunque, c’è. Non è un caso che gli economisti di Nomura, la principale banca d’affari giapponese, prevedano nel terzo trimestre un ulteriore rallentamento della crescita cinese, fermando il tachimetro al 6,4%. E ancora peggio andrà a fine anno, quando è attesa, sempre secondo Nomura, una crescita del 5,3%.

Sull’economia del Dragone, ha scritto il Financial Times, pesano diverse incognite, che potrebbero essere la causa degli attesi ribassi. L’aumento dei prezzi globali delle materie prime e la crisi dei microchip. Senza considerare la riacutizzazione del focolai di coronavirus, vera ombra sull’economia. E poi c’è il grande male, il debito, sovrano o privato o societario che sia.

IL GRANDE MALE CINESE

Il problema è molto serio e i casi Huarong e Ping An, tanto per citare i due più famosi, stanno lì a dimostrarlo. Nello specifico, il debito corporate cinese rischia di scatenare una crisi di panico tra gli investitori molto simile a quella vista 13 anni fa con il crack di Lehman Brothers. Huarong, a dire il vero, qualcosa ha già sperimentato la scorsa primavera quando la mancata pubblicazione dei risultati annuali ha provocato un crollo delle azioni (il titolo è ancora sospeso dalle contrattazioni), senza precedenti. Adesso il debito corporate ha raggiunto la soglia di guardia.

Ad oggi gli emittenti di obbligazioni societarie cinesi, la maggior parte aziende a controllo pubblico, sono inadempienti per circa 116 miliardi di yuan (18 miliardi di dollari) nei primi sei mesi del 2021. Si tratta della cifra più alta mai raggiunta dal segmento corporate cinese fin dalla fondazione della Repubblica Popolare, oltre 70 anni or sono. In altre parole, le società del Dragone non sono mai state così inadempienti verso il mercato. Ed è molto probabile che le insolvenze totali per l’intero anno superino ampiamente il record passato, registrato nel 2020, di oltre 187 miliardi di yuan.

OMBRE ROSSE

Gli economisti sono cauti. Liu Aihua, portavoce del National Bureau of Statistics of China, ha spiegato che l’economia ha continuato a “recuperare costantemente, ma il rimbalzo era squilibrato. Dobbiamo anche essere consapevoli che il coronavirus continua a mutare a livello globale e le instabilità e le incertezze esterne abbondano”, ha affermato. Wang Jun, economista del China Center for International Economic Exchanges, ha affermato che la tendenza è preoccupante. “La politica fiscale deve essere allentata, l’emissione del debito pubblico locale e gli investimenti in infrastrutture sono strettamente correlati e se fallisce il primo, allora saltano anche i secondi”.

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