Lockheed Martin sta testando il progetto Hydra, teso a verificare la possibilità di sviluppare una rete 5G militare in cui connettere i vari assetti. Ha iniziato con un F-35 e un F-22, “linkati” grazie a un U-2 posto ad alta quota. La tabella di marcia, spiegata dal ceo Jim Taiclet, segue l’impronta del Pentagono di Lloyd Austin e Joe Biden

La guerra del futuro si giocherà soprattutto nel dominio informativo. Vincerà (ed eserciterà la migliore deterrenza) chi avrà informazioni migliori, in tempi minori, e la capacità di diffonderle rapidamente dagli alti comandi alle forze in prima linea, e viceversa. Per questo serve una rete, un network potente che connetta i vari assetti, superando la logica inter-forze e abbracciando il concetto di multi-dominio, trasversale a tutte le aree operative. Su questo è concentrato il Pentagono e, di conseguenza, anche l’industria americana della difesa, abituata storicamente a evolversi e modificarsi seguendo i trend dettati dal suo principale cliente.

IL RUOLO DI LOCKHEED MARTIN

Lo sta facendo Lockheed Martin, da anni in testa ai contractor della Difesa americana. Secondo la prestigiosa classifica stilata da DefenseNews, ha registrato nel 2020 ricavi per 65,6 miliardi di dollari, in crescita dell’11% rispetto al 2019, ben sopra il +5% di media delle prime cento aziende al mondo del settore. Questo perché, rispetto ad altri, risulta meglio piazzata sulle priorità identificate dal Pentagono: spazio, difesa missilistica, modernizzazione nucleare e armi ipersoniche. In un’espressione, l’innovazione tecnologica.

L’IMPRONTA DEL PENTAGONO

Priorità ulteriormente stressate dall’amministrazione di Joe Biden, che nella sua prima richiesta di budget al Congresso (715 miliardi di dollari in tutto, 11,3 in più rispetto al 2021, +1,6%) ha previsto tagli importanti (-6%) per i sistemi legacy, ma incrementi forti (+5%) delle dotazioni per ricerca, sviluppo, test e validazione (RDT&E), per cui si richiedono 112 miliardi. Da poco, anche per questo, il Pentagono si è dotato di un apposito “Innovation Steering Group”. Alla base c’è la conferma del ritorno alla “great power competition” e la collocazione della Cina al primo posto tra le sfide. Ne deriva la forte attenzione per le tecnologie disruptive, dall’intelligenza artificiale (qui un focus) al 5G (per cui si prevedono progetti di ricerca sviluppo da 1,5 miliardi).

LA SPINTA DI TAICLET

Lockheed Martin vuole inserirsi in questo “shift” tecnologico ed esserne protagonista, chiamata come tutti i contractor tradizionali della difesa americana a doversela vedere anche con le BigTech (Microsoft e Amazon soprattutto) che stanno entrando nel mercato militare da diversi anni. Jim Taiclet è arrivato al vertice di Lockheed Martin a metà dello scorso anno, ereditando l’incarico che dal 2013 ricopriva Marillyn Hewson, riconosciuta nei precedenti due anni “la donna più potente del business americano” dalla rivista Fortune. Veterano della Guerra del Golfo, classe 1961, manager navigato del business statunitense, Taiclet era membro del board di Lockheed Martin dal 2018. Di connessioni e reti se ne intende. Dal 2003 è stato presidente e ceo di American Tower Corporation, società con sede a Boston che si occupa di infrastrutture per le reti Internet e radiodiffusione, passata con la sua leadership da una capitalizzazione di 2 miliardi, a oltre 100 miliardi.

Il 5G MILITARE

A circa un anno dall’assunzione del nuovo incarico, Taiclet ha illustrato in un’intervista esclusiva a DefenseOne la nuova impronta (in continuità con Hewson) di Lockheed Martin. L’idea è di partecipare da subito alla fase di definizione dei nuovi standard tecnologici e architetturali, come fu negli anni 90 per lo sviluppo dell’attuale Wi-Fi, nato in ambito militare e poi esploso in quello civile. L’obiettivo è integrare tutti gli assetti in un’unica rete. Come? “Ci sono molti modi per farlo, ma penso che l’unico fattibile sia iniziare letteralmente a connettere le singole piattaforme all’interno di una roadmap tecnologica, che pianifichi le migliori combinazioni di piattaforme, esistenti e nuove, per creare un effetto di rete e quindi, maggiori ritorni, capacità e anche maggiore efficacia qualora la deterrenza non abbia successo”, ha spiegato Taiclet.

I TEST SULLE PIATTAFORME

Lockheed Martin è per questo focalizzata su un’architettura “5G.mil”, che sfrutti le potenzialità delle reti di quinta generazione. Taiclet ha parlato di “architettura aperta, così che altri possano collegarsi”. La tabella di marcia già predisposta dall’azienda mostra che “è possibile creare effetti di rete in modo incrementale nel tempo”. L’obiettivo del ceo è “dimostrarlo entro la fine del mio secondo anno”. Lockheed Martin lo farà con il progetto Hydra, teso a connettere tra loro un F-22 e un F-35 utilizzando come relè digitale un U-2, velivolo da ricognizione ad alta quota. Sono tutti e tre assetti realizzati da Lockheed Martin, ma con specifiche differenti che rendono difficile la connessione. Riuscire a linkarli è “solo l’inizio di una roadmap tecnologica di prodotto che guarda indietro, integri le piattaforme esistenti, e poi avanti, innovando quelle nuove, ha notato Taiclet.

IL PIANO PER IL JADC2

Tutto questo segue, come detto, la via già tracciata dal Pentagono. Il capo del dipartimento Lloyd Austin ha siglato a maggio la “Jadc2 Strategy”, documento classificato su “Joint all-domain command and control”. Il concetto sposa il passaggio dalla logica interforze al multi-dominio, in un intreccio tra domini operativi, tecnologie e capacità. Il primo passo è stato di recente presentato da Kathleen Hicks, vice segretario alla Difesa che coordina il campo dell’innovazione: “Aida”, acronimo per “accelerazione intelligenza artificiale e dati”, funzionale all’attivazione del “Jadc2”, partendo dalla creazione di “data teams” all’interno degli undici comandi operativi delle Forze armate Usa. L’obiettivo finale è attivare reti multi-dominio di comando e controllo, capaci di raccogliere, elaborare e diffondere in tempo reale un enorme quantità di dati. Raccolti da una molteplicità di fonti (aerei, satelliti, radar, web) ed elaborati tramite ricorso a intelligenza artificiale, tali dati devono trasformarsi rapidamente in informazioni utili alle forze schierate in campo. Il presupposto è una rete che metta insieme i vari assetti, ed è proprio ciò che Taiclet ha presentato a DefenseOne.

LE PRIORITÀ

Lockheed Martin ha già annunciato l’aumento degli investimenti su quattordici tecnologie-chiave, divise tra sei aree operative. Spiccano il 5G e le comunicazioni avanzate. Lo scorso marzo il colosso ha presentato la nuova partnership con la start-up satellitare Omnispace, finalizzata allo sviluppo congiunto di una rete 5G globale dallo spazio che, tra le sue applicazioni, punta molto al settore militare. Si parla di dispositivi wireless mobili senza terminali di terra.

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