Alla gente che difende il latino liturgico e mi parla di mistero “percepito” chiedo sempre: ma cosa è il “mistero” per te? Come si manifesta? È necessario che sia incomprensibile e materia da iniziati? Il commento di Rocco D’Ambrosio, presbitero della diocesi di Bari, ordinario di Filosofia Politica nella facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana di Roma

La reazione contraria al decreto di papa Francesco (Motu Proprio Traditionis custodes) che
modifica le norme delle celebrazioni in latino sta avendo, come prevedibile, forti opposizioni negli
ambienti conservatori. Spetta a sociologici della religione e storici della Chiesa quantificare il
fenomeno e collocarlo in analisi e interpretazioni più ampie. Nel mio piccolo sono rimasto colpito, in diversi messaggi e mail ricevute dopo il mio intervento su Formiche.net, dall’insistenza nel difendere la messa in latino come “un’esperienza privilegiata di sacro – tuffo nel mistero – profonda preghiera” e cosi via. La mia semplice domanda è: bisogna parlare un’altra lingua, per giunta antica e in disuso, per “sentire” il sacro? I linguisti insegnano che nel momento in cui si hanno forte emozioni (amore o odio, accoglienza o rifiuto, paura o coraggio) la lingua che si parla spontaneamente è quella che si è appresa in famiglia (per alcuni lo stesso dialetto prima dell’italiano!) Orbene il dialogo con Dio, il celebrarlo come Signore e Salvatore, il cantare che gli vogliamo bene… perché dovrebbe esprimersi in una lingua che non appartiene al profondo delle mie corde emotive e intellettuali?

Alla gente che difende il latino liturgico e mi parla di mistero “percepito” chiedo sempre: ma cosa è il “mistero” per te? Come si manifesta? È necessario che sia incomprensibile e materia da iniziati?

Più approfondisco l’argomento e più mi rendo conto che il loro senso del mistero ha poco a che
fare con il “mysterion” di cui parlano le Scritture. E quindi la messa in latino è strumento per
un’esperienza… poco cristiana. Non solo. Il difendere la messa in latino, come ha evidenziato la
lettera del papa, è anche “strumento” per un ritorno, cosciente o meno in chi la difende, alla Chiesa preconciliare.

Questa breve sintesi ci porta a un punto: esclusi credenti in malafede (fedeli laici o pastori che
siano) che utilizzano l’argomento latino come clava politico-istituzionale per opporsi alla riforma del Concilio, abbiamo diversi fedeli con parecchia confusione su fede, liturgia e vita comunitaria. E ciò apre una finestra su un problema ancora più grande: l’impoverimento dei percorsi formativi.
Diverse volte la formazione cattolica è sporadica, non costante, programmata solo sull’onda degli
eventi (le varie “giornate”, celebrazioni di anniversari, ricorrenze di devozione popolare e così via). Forse è il caso di ricordare che non è formazione seria un paio, quattro al massimo, di incontri con più esperti.

È formazione un itinerario possibilmente settimanale, sviluppato su un arco di tempo congruo (non
meno di sei mesi), guidato dallo stesso educatore, intessuto seriamente di annuncio, dialogo e
verifica personale e comunitaria. Ed è anche onestamente doveroso ribadire come gli itinerari
formativi non possono essere improvvisati o scadere in visioni ideologiche o devozionistiche della
fede. La formazione è lo strumento più efficace per evitare alcune trappole spesso presenti nella
nostra pastorale, come ci insegnano i parroci. E quelle della messa in latino e del modello di
Chiesa sono oggi tra le più grandi. Dove questo tipo di formazione seria e permanente si attua –
non so dire se il fenomeno riguarda la maggioranza o minoranza delle comunità e gruppi cattolici
italiani – non si hanno derive tradizionaliste e istituzionali, nonostante tutte le difficoltà che il credere e vivere la fede oggi comportano.

Mi hanno sempre appassionato le pagine di una credente francese, Madeleine Delbrel, che ha
testimoniato la sua fede di convertita in un’epoca difficile, quale il dopoguerra nelle periferie
francesi. Non ci sono nei suoi testi né nostalgia di epoche trionfanti per la Chiesa, né voglia di
crociata, né tanto meno ricerca di privilegi e concessioni da parte dei potenti di turno. C’è, invece, il desiderio puro e semplice di servire Dio nel mondo, specie tra gli ultimi, dopo averlo scoperto e gustato nel segreto della propria interiorità. “La Parola di Dio non la si porta in capo al mondo in una valigetta: la si porta in sé, la si porta su di sé”, scriveva Madeleine. Forse ci sono oggi diverse valigette e commessi. La Delbrel proponeva una “spiritualità della bicicletta”, cioè “ricerca di equilibrio in movimento, nell’insicurezza vertiginosa”. Forse diversi fedeli laici e pastori amano più non farsi capire che capire e celebrare con il cuore e la mente; forse amano più la sicurezza delle auto e meno l’equilibrio della bicicletta. Forse. Ma, in diversi casi, senza forse.

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