Dal Golfo c’è attenzione su quello che sta succedendo in Afghanistan. Doha capitalizza il frutto delle sue relazioni con i Talebani, Riad cerca rapporti, Abu Dhabi alternative. Una carrellata attraverso l’analisi di Cinzia Bianco (Ecfr)

Quando i Talebani lavoravano per aprire una sede diplomatica fuori dall’Afghanistan, tra i Paesi che avevano dato disponibilità al gruppo c’erano gli Emirati Arabi Uniti, ma alla fine l’ufficio diplomatico internazionale degli uomini del Mullah Omar fu aperto il 3 gennaio 2012 a Doha, in Qatar. Quella decisione è stato uno dei vari dossier di scontro tra i due Paesi del Golfo, un’area che ha sempre guardato con interesse a cosa accadeva a Kabul e dintorni.

Oggi che in Asia Centrale è tornato l’Emirato islamico talebano dell’Afghanistan questo interesse non è cambiato. Il Golfo è parte attivo della crisi — o meglio del suo controllo. Il presidente afghano Ashraf Ghani è negli UAE, protetto dagli emiratini mentre nel suo Paese anche il fratello ha giurato fedeltà ai Talebani. Talebani di cui il leader designato per guidare l’Afghanistan, Abdul Ghani Baradar, è arrivato a Kandahar (per spostarsi poi a Kabul) attraverso un aereo da trasporto della Qatar Emiri Air Force. Dopo essere stato liberato nel 2018 da una prigione pachistana su indicazione di Washington, viveva a Doha, protetto come un capo di Stato. Nella capitale qatarina aveva firmato gli accordi con l’amministrazione Trump.

Un giro stretto di dinamiche che disegnano il ruolo di primo piano che — al di là degli interessi diretti — i Paesi del Golfo interpretano attualmente anche per volontà americana, che vorrebbe i partner più attivi sui dossier che interessano la regione di appartenenza. Nei giorni scorsi, il Bahrein ha annunciato un meeting organizzativo del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) per allineare per quanto possibile le posizioni. I bahereiniti vogliono evitare liti, anche perché hanno la presidenza di turno del Gcc, ma come i kuwaitiani non intendono giocare ruoli più attivi.

In modo simile, ma più coinvolto, l’Oman ha ospitato in segreto Ghani per i primi giorni dopo la caduta di Kabul e prima che entrasse negli Emirati. Allo stesso tempo però il gran mufti di Muscat, Ahmed al Khalili, ha offerto le sue pubbliche congratulazioni alla vittoria talebana. Questa doppia linea è tipica di un atteggiamento bilanciato e dialogante con cui il paese si pone davanti a tutte le vicende internazionali e regionali.

La velocità con cui i Talebani hanno preso il potere ha spiazzato un po’ alcuni Paesi del Golfo, che — nonostante contatti e attenzioni precedenti — pensavano di avere tempo mesi per mettere in atto le nuove strategie con il gruppo, spiega Cinzia Bianco, esperta dell’area dell’Ecfr. “Prendiamo l’Arabia Saudita: vuole parlare con i Talebani anche del loro potenziale rapporto con l’Iran, idealmente vorrebbe che i Talebani fossero una spina nel fianco di Tehran, anche un po’ per conto di Riad. È ovviamente un’operazione molto difficile, e i sauditi  pensavano di avere tempo per attuarla”, spiega Bianco a Formiche.net.

Per Riad l’obiettivo è creare elementi di contatto col gruppo per evitare che possa produrre qualche genere di destabilizzazione sul piano della sicurezza (al Qaeda, a cui i Talebani sono collegati, considera il regno uno dei nemici cruciali da combattere). Questo contatto va ricostruito però, perché Bianco fa notare che da anni l’Arabia Saudita non ha rapporti con gli insorti afghani e dunque non ha relazioni con la nuova generazione del gruppo. Per questo, dopo la riconciliazione di al Ula, Riad ha provato a sfruttare la sponda di Doha anche per parlare con i Talebani — compito su cui si sta impegnando anche via Pakistan.

“Il Qatar — spiega l’esperta dell’Ecfr — è posizionato molto bene: è l’unico canale potabile con i Talebani, perché il Pakistan è molto poco presentabile (sui pakistani, soprattutto sui servizi segreti Isi, pesa l’accusa di aver fatto per anni il doppio gioco sull’Afghanistan, ndr). E molti attori internazionali non vogliono parlare direttamente con il gruppo. Comprensibile che l’opinione pubblica non percepisca positivamente i rapporti dei qatarini con i jihadisti afghani, ma loro possono sempre dire che sono stati gli americani ad aver chiesto di sviluppare questa relazione”.

Un fattore che — in questo momento in cui la vicenda afghana è al centro delle attenzione internazionale — permette al Qatar di acquisire grande centralità. Anche agli occhi di attori differenti, come Usa, Ue, oppure Cina e Russia. Su questo, gli Emirati percepiscono la necessità di recuperare terreno. “Abu Dhabi ha però zero rapporti con i Talebani (rotti definitivamente dopo aver subito attacchi contro le sedi diplomatiche in Afghanistan), ma a differenza dei sauditi neanche provano a costruirli: piuttosto gli Emirati preferiscono lavorare ad una potenziale alternativa anti-Islamista (è sotto quest’ottica ospitare Ghani potrebbe essere utile) e preferiscono fare manovre diplomatiche con altri attori statali intorno all’Afghanistan”, spiega Bianco.

The National, media governativo emiratino, ha fornito spazio a un’intervista esclusiva a Ahmad Massoud, il trentaduenne figlio del “Leone del Panshir”, che sta organizzando nel nord del paese una forza di ribellione per combattere i Talebani simile a quella con cui il padre si guadagnò i galloni di eroe nazionale combattendo prima i sovietici e poi i Talebani nei primi anni Duemila. Ora Massoud e la sua iniziativa stanno ricevendo molta attenzione mediatica, frutto anche della narrazione spinta attorno a lui dall’eredità pesante che porta sulle spalle, ma anche grazie alla buona campagna di comunicazione organizzategli (per esempio, l’intellettuale Bernard Henry Levi, in contatto diretto con Massoud, si faceva promotore di un appello all’Eliseo, alleato storico di Abu Dhabi, per dare sostegno ai combattenti del Nord afghano).

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