Dalla ripresa italiana dipende il futuro dell’Europa. Per vincere la sfida questa volta, “whatever it takes” non deve dirlo solo Draghi, ma tutti i leader politici italiani

Il celebre economista francese Jean Pisani-Ferry, attualmente titolare della cattedra Padoa Schioppa all’Università europea di Fiesole, ha colto meglio di chiunque altro la portata storica della sfida che l’Italia deve affrontare nei prossimi cinque anni.

Per Pisani-Ferry la vera posta in gioco è il futuro dell’Europa e due sono gli scenari possibili.

Se gli oltre 200 miliardi di euro di risorse europee assegnati all’Italia (dopo due decenni di stagnazione) serviranno ad assicurare al nostro Paese una crescita robusta, la politica economica europea è destinata a cambiare radicalmente. L’Unione europea potrà contare sulla solidarietà fiscale tra gli Stati membri e avviare finalmente politiche comuni di crescita economica e sociale per affrontare le grandi sfide del terzo millennio.

In caso di insuccesso italiano, invece, per l’Unione europea sarà inevitabile un brusco passo indietro. I fautori della restaurazione avranno la meglio e le miopi politiche di austerità torneranno a dominare l’eurozona con gravi conseguenze per tutti, soprattutto per gli Stati membri più deboli e più indebitati.

A mio avviso l’aumento delle diseguaglianze tra le nazioni impedirebbe anche all’Europa di esercitare, accanto agli Stati Uniti, una vera influenza politica globale. A trarne vantaggio sarebbero Cina e Russia, sempre molto abili nell’insinuarsi nelle divisioni europee.

La sfida che impegna l‘Italia va ben oltre la persona di Mario Draghi, anche se la sua autorevolezza e credibilità internazionale è un fattore prezioso, riconosciuto da quasi tutti, compresa Giorgia Meloni, leader dell’opposizione.

Francamente Draghi può piacere o non piacere, ma almeno per il momento i suoi critici non hanno grandi argomenti. È sbagliato accanirsi con Marco Travaglio o con Massimo Cacciari perché la libertà di opinione deve essere difesa a ogni costo, ma le loro accuse al presidente del Consiglio appaiono inconsistenti.

Nel suo articolo Pisani-Ferry mette, invece, bene in rilievo il vero tallone di Achille di Draghi: la sua oggettiva debolezza politica. L’ex presidente della Banca centrale europea guida, infatti, una coalizione di partiti che non è in grado di controllare, che si potrebbe sfarinare in ogni momento, soprattutto d’ora in poi con l’inizio del semestre bianco.

Il fatto che dall’Italia dipenda una parte così significativa del futuro politico dell’Unione europea fa tremare i polsi. Questa sfida, del tutto inedita, dovrebbe suscitare nella classe politica e in tutti gli italiani un grande impegno collettivo in nome dell’orgoglio nazionale.

Questa consapevolezza ancora non c’è, ed è comprensibile. Il dibattito pubblico è giustamente concentrato sull’emergenza. Senza vincere la battaglia contro il Covid-19 e le sue varianti (con le vaccinazioni e il green pass) non si va da nessuna parte.

Oggi, per fortuna, si intravede un po’ di luce in fondo al tunnel. È il momento giusto per aprire un dibattito pubblico su come progettare il nostro futuro post pandemia; all’insegna del bene comune, come sottolineato nei giorni scorsi dal  presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Pisani-Ferry ha spiegato benissimo come e perché il Pnrr condizionerà il futuro della politica europea. La responsabilità che pesa sulle nostre spalle è grande. Per questo la strategia per la crescita delineata con il Pnrr deve svilupparsi in un clima di massima coesione nazionale.

Non credo che né Matteo Salvini né Giorgia Meloni – e neppure Nicola Fratoianni – vogliano correre il rischio di un ritorno all’Europa dei tagli e dell’austerità.

I media tendono a esasperare le divisioni politiche e a dare visibilità ai partiti quando sventolano le loro bandierine. Ma negli ultimi tempi non sono mancate  politiche condivise e comportamenti virtuosi. Per esempio, il disegno legge di conversione del decreto che istituisce l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ideata dal sottosegretario Franco Gabrielli ha avuto un rapido e costruttivo iter alla Camera con un contributo positivo di Fratelli d’Italia.

Finalmente ci sarà una white list preventiva (all’americana) delle aziende digitali e delle imprese di telecomunicazioni abilitate a operare per la pubblica amministrazione e per le infrastrutture critiche.

Con la white list non ci saranno, tra l’altro, più alibi per le forze politiche che non hanno mai voluto affrontare il nodo della massiccia presenza delle aziende cinesi nel 5G e nella banda larga, annoso problema di sicurezza nazionale, sollevato più volte dal Copasir, dall’intelligence e dai nostro principali alleati.

Un discorso analogo vale per le ricorrenti tensioni interne alla maggioranza. Mi riferisco in particolare al Movimento 5 stelle. La loro visione giustizialista è incompatibile con i fondamenti stessi dello stato di diritto. Tuttavia, gli emendamenti che prevedono norme più severe in materia di terrorismo, mafia, violenza sessuale e traffico di droga costituiscono oggettivamente un contributo al miglioramento della riforma della giustizia. Forse non sarebbe stato male aggiungere anche i reati di riciclaggio e corruzione per agevolare l’attuazione delle norme europee che disciplinano l’utilizzo dei finanziamenti Pnrr.

I 240 miliardi del Pnrr fanno gola a tanti e le insidie non mancano. Purtroppo per ora nei corridoi dei palazzi romani l’attenzione non è rivolta a cosa fare per spendere bene i finanziamenti europei – o, per usare le parole di Draghi, a come fare debito buono.

Di Pnrr si parla molto, ma al centro dei discorso (e dei sussurri) non c’è il cosa fare di veramente utile al rilancio dell’economia italiana; molteplici lobby trasversali sono al lavoro e i discorsi vertono su chi riceverà o non riceverà i finanziamenti. Come ricorda Pisani-Ferry con la logica della spartizione si va poco lontano.

Perché i prossimi cinque anni possano essere veramente virtuosi tutta la politica italiana deve essere all’altezza della grande sfida rappresentata dall’utilizzo dei miliardi europei del Pnrr.

Per vincere la sfida questa volta, “what ever it takes” non deve dirlo solo Draghi, ma tutti i leader politici italiani.

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