Parla Enrico Borghi, responsabile Sicurezza Pd e componente del Copasir: la Difesa europea non è una chimera se si limita al vicinato, dal Sahel ai Balcani. Senza Nato non si può stare, con la Russia non possiamo farcela da soli. Occhio a Washington: l’Italia deve puntare a entrare nell’alleanza di intelligence dei Five Eyes

Dalle parole ai fatti. Enrico Borghi, deputato e responsabile della Sicurezza nella segreteria Pd e componente del Copasir, è convinto che il caos in Afghanistan apra una strada concreta per l’autonomia strategica europea. Senza allontanarsi dalla Nato, l’Europa può assumersi le sue responsabilità nel campo della Difesa, dal Sahel ai Balcani. Ma l’Italia ha qualche carta in più da giocare.

L’Ue torna a parlare di Difesa europea. Cosa serve per passare ai fatti?

Anzitutto un cambio radicale di prospettiva. Di fronte a sfide globali il concerto delle nazioni non basta più. Difesa, intelligence, cybersecurity sono campi che richiedono una strategia unitaria.

Facile a dirsi. L’esercito comune è utopia?

Non cediamo ai romanticismi, un esercito dei 27 oggi è un’illusione. L’esercito è l’attuazione di una politica di Difesa, che è emanazione della politica estera, che a sua volta è legata alla sovranità e alla statalità. Sono obiettivi al di fuori della portata dell’Ue nel medio periodo.

Quindi le parole di von der Leyen cadranno a vuoto?

Mi auguro di no. La sua apertura è importante perché è servita a sdoganare la discussione a livello di Ue e Nato. In quelle stesse ore il nostro ministro della Difesa Lorenzo Guerini incontrava a Londra l’omologo Ben Wallace. L’Europa non può fare a meno del Regno Unito nel percorso verso una maggiore integrazione militare.

Da dove si parte?

Da un nucleo di Paesi europei con interessi convergenti. Italia, Francia, Germania, Inghilterra possono abbandonare le gelosie personali e riprendere la strada della Comunità europea di Difesa di De Gasperi e Pleven. Un processo bottom-up: il coinvolgimento della Commissione Ue richiederebbe una modifica dei trattati.

Difesa europea ma anche Nato, ha precisato von der Leyen. Vanno a braccetto?

La Nato è il pilastro imprescindibile della Difesa europea. Oggi i Paesi dell’Ue dispongono di quasi un milione e mezzo di soldati. Pensare di travasarli in una singola entità di Difesa non è realistico. Lo è invece costruire un primo embrione di autonomia strategica, un battaglione capace di compiere missioni in territori ostili senza il supporto diretto degli Stati Uniti.

Ad esempio per contenere la Russia a Est?

Non ingeneriamo promesse false e fuorvianti. La deterrenza dell’aggressività e dell’autoritarismo russo è una missione della Nato. Che non è solo un’alleanza militare ma una comunità di valori.

Borghi, la fermo un attimo. Ha senso parlare di Difesa comune mentre a Bruxelles i rigoristi tornano a farsi sentire?

I rigoristi sono figli di una stagione sconfitta dalla storia. Quella dei neocon e dei sacerdoti dell’austerity che ha rischiato di far saltare la Grecia, l’euro e l’Europa.  La pandemia ha messo una pietra tombale su questa fase.

Ora?

Entriamo in una stagione nuova, dobbiamo farlo con coraggio. Bobbio diceva che la democrazia è parlare in pubblico delle cose del pubblico. Non possiamo più occultarci dietro i comunicati. Non basta, ad esempio, il giusto sdegno per come i talebani fanno sfregio in Afghanistan dei diritti umani e civili.

All’indomani del ritiro afgano l’Ue ha puntato il dito contro gli Stati Uniti. C’è un po’ di ipocrisia dietro il j’accuse?

L’Ue non è mai esistita nella vicenda afgana. Che ha confermato un deficit strutturale dell’Alleanza atlantica. Dal 1948 le nazioni europee hanno ricoperto il ruolo del pianista nel Saloon. Abbiamo sempre pensato che nel grande Saloon del mondo arrivasse prima o poi lo “sceriffo Sam” a risolvere i problemi. Kabul mette la parola fine a questo lungo, interminabile dopoguerra.

Dove si gioca il riscatto Ue?

Nel suo estero vicino. In Sahel, in Nord Africa il radicalismo islamico può conoscere una recrudescenza dopo la gemmazione della jihad a Kabul. O gestiamo questi teatri o ne pagheremo le conseguenze. Abbiamo una serie di interessi convergenti.

Quali?

Con la Francia l’esigenza di stabilizzare il Nord Africa, a partire dalla vicenda libica. La Germania si è resa conto che il surplus commerciale più grande d’Europa non basta a garantire la sua sicurezza, non può più delegarla ad altri.

Non solo Difesa. L’Ue studia un nucleo di intelligence comune. Ha senso?

Ha senso richiamare un’esigenza comune: il caos a Kabul si è dovuto anche alle gelosie che hanno portato all’assenza di condivisione delle informazioni sensibili. Immaginare un’intelligence a 27 è un’utopia, e forse non è neanche auspicabile fondere i nostri Servizi con quelli di Orban o di questa Polonia. Pe l’Italia però si apre un’altra opportunità.

Ovvero?

Il Congresso americano sta per rivedere la composizione dei Five Eyes, l’alleanza di intelligence con Nuova Zelanda, Australia, Canada e Regno Unito. L’Italia si deve candidare per farne parte. Ci troviamo di fronte a un bivio: restare un attore di primo rango sul piano globale o accontentarci del ruolo di piccola potenza regionale. È il momento di scegliere.

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