Dall’11 settembre in poi ci sono stati dei mutamenti nell’Intelligence americana, che è riuscita a collezionare in seguito qualche successo. Nel complesso però c’è una sproporzione enorme tra costi e benefici. L’analisi di Aldo Giannuli, direttore del Centro studi osservatorio globalizzazione

Articolo tratto dal numero 172 della Rivista Formiche

L’attentato dell’11 settembre fu uno shock sensazionale non solo per l’Intelligence ma per tutti gli Stati Uniti, tanto per l’opinione pubblica quanto per gli uomini di governo. Per la prima volta gli Stati Uniti erano colpiti in casa, non era successo neanche durante la Seconda guerra mondiale. Un attentato di quelle dimensioni, con il suo impatto simbolico e le migliaia di morti provocate era impensabile per quel Paese.

Tuttavia lo shock fu ancora peggiore per l’Intelligence che aveva creato un vastissimo sistema di intercettazioni, il sistema Echelon, che permetteva di spiare telefonate, email, messaggi di qualsiasi tipo e la faceva sentire al sicuro. Improvvisamente venne fuori che il sistema di intercettazioni non era sufficiente: gli 007 americani avevano messo da parte le fonti umane, la Humint, perché appunto si fidavano della Sigint, cioè dello spionaggio attraverso mezzi. Il sistema Echelon appunto. Improvvisamente si resero conto che questi mezzi facevano affluire una massa di informazioni enorme, che diventava un problema, perché avere troppe informazioni equivale a non averne. Inoltre, molte di quelle informazioni erano ingestibili perché i sistemi di selezione non capivano i dialetti arabi, o comunque avevano difficoltà a riconoscere il linguaggio convenzionale, quindi anche il sistema delle chiavi che segnala comunicazioni in cui compaiono parole-chiave non fu sufficiente.

Clamoroso fu il fatto che i terroristi erano negli Stati Uniti, poterono recarsi indisturbati all’aeroporto, avevano fatto corsi di volo e paradossalmente erano interessati solo alle manovre di decollo e non a quelle di atterraggio. Tutto questo non era stato rilevato dall’Intelligence. Iniziò così un forte processo di revisione, si iniziò a capire che i mezzi di intercettazione seppure importanti non erano tuttavia sufficienti, anche perché poi le informazioni che arrivano devono essere sviluppate. E questo fu forse il primo mutamento dell’Intelligence americana: si cominciò a pensare in modo più sistematico allo sviluppo delle indagini, alle attività di investigazione.

Questo approccio ebbe successo: in effetti dopo l’attacco alle Torri gemelle negli Stati Uniti, un attentato di quelle dimensioni non c’è più stato. Un altro mutamento, non gradevole, nell’Intelligence statunitense fu il ricorso massiccio alla tortura, anche attraverso il Patriot Act che apriva la strada a questo modus operandi attraverso l’istituzione, per esempio, del noto campo di detenzione di Guantanamo.

Ma soprattutto, oltre a questi mutamenti, ci fu il tentativo di creare un coordinamento di servizi di informazione che in realtà non funzionò molto e si ridusse in sostanza alla delega ai servizi inglesi per quanto riguardava l’Europa. Per il resto, tuttavia, ciascun servizio teneva le informazioni per sé e lo scambio fu esiguo. Questo però è tipico del mondo dell’Intelligence, nel quale non si ama molto dare ad altri informazioni e in ogni caso si cerca sempre di dare meno di quello che si riceve.

In seguito ci fu lo sviluppo dell’Intelligence sul territorio, in Medio Oriente, quindi l’idea di sviluppare l’Intelligence per la lotta contro il terrorismo in loco, in Afghanistan e dopo in Iraq. Anche in questo campo i successi furono molto limitati: una guerra durata vent’anni, costata più di quella in Vietnam che a sua volta era costata più della Seconda guerra mondiale. Dopo vent’anni, a fronte del ritiro americano in Afghanistan, la situazione è tutt’altro che risolta. In Iraq, invece, è stato debellato il Califfato ma si riscontrano segnali di ripresa dell’Isis. Da questo punto di vista il lavoro in termini militari e soprattutto di Intelligence ha avuto effetti molto limitati.

Tutto si è ridotto, sostanzialmente, alle innovazioni introdotte da Petraeus che consistevano nel finanziare le diverse tribù per cercare di isolare i terroristi e ricevere informazioni. E in qualche modo questo approccio consentì il contrattacco del 2005-2006 con la morte di al Zarqawi. Dopo, però, non ci furono altri risultati significativi, anzi, l’al Qaeda iracheno si trasformò in Isis.

Un’importante mancanza dell’Intelligence americana si riscontra sul fronte dell’analisi: non ha compreso il mondo che cercava di affrontare, non è riuscita a capirne né la cultura politica né le tecniche di combattimento né gli obiettivi reali, compreso lo scontro tra al Qaeda e quello che diventò poi l’Isis. In quello scontro l’Intelligence occidentale e americana in particolare non è riuscita a infilare la lama per spaccare il fronte, e far giocare le due parti l’una contro l’altra. In particolare è strano notare come l’Intelligence americana, nonostante il suo sviluppo tecnologico senza paragone con gli altri sia debole proprio sul web. Infatti è riuscita a capire a malapena il sistema del dark web attraverso il quale i terroristi comunicavano tra di loro e reclutavano.

Un altro errore formidabile, commesso anche da altri servizi occidentali compresi quelli italiani, è stato quello di chiudere i siti dove si reclutavano i terroristi. L’altro fronte su cui si riscontra un fallimento è quello della cyberwar, che non riguarda tanto il Medio Oriente quanto più il conflitto con i russi e gli iraniani: è incredibile come gli Stati Uniti non riescano né a darsi un efficace scudo né a sviluppare un’azione di contrasto, di risposta all’attacco cyber.

Ci sono stati quindi dei mutamenti nell’Intelligence, che è riuscita a collezionare qualche successo. Nel complesso, però, il bilancio non è positivo, soprattutto se si considera quanto sono costati i risultati positivi ottenuti. C’è una sproporzione enorme tra costi e benefici.

L’Intelligence deve ancora maturare molto sul piano dell’analisi, quello che è mancato è stata una capacità di penetrazione psicologica prima di tutto, ma anche culturale e politica, che permettesse di capire e decifrare il modo di pensare e di agire del nemico.

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