Quando mancano meno di tre settimane alla scadenza del bilancio federale, i repubblicani continuano a respingere l’accordo politico per alzare il tetto al debito. Senza nuovo spazio sui conti americani si fermeranno molti servizi ma soprattutto Biden dovrà rinunciare a molte misure pandemiche

Joe Biden adesso la vede per davvero, la paralisi. Gli Stati Uniti sono a un passo dal mancare l’accordo politico al Congresso per innalzare il tetto al debito federale, operazione quanto mai necessaria per continuare a garantire gli attuali livelli di spesa pubblica e, cosa più importante, finanziare i piani pandemici al centro della politica di investimenti del presidente e che messi insieme muovono circa 5 mila miliardi dollari. Ora, la questione è delicata. La pandemia ha polverizzato punti di Pil e fatto esplodere il deficit statunitense al 16% nel 2020.

Ora l’economia a stelle e strisce è tornata a correre (come dimostra anche il tapering su tassi e Qe della Fed) ma non abbastanza da permettere al governo di mantenere l’attuale livello di disavanzo e dunque di debito. Se poi oltre alla spesa corrente, si aggiungono i maxi-pacchetti pandemici messi a punto dall’amministrazione Biden, primo tra tutti l’Infrastructure Plan, ecco che l’aumento dello spazio di manovra sui conti diventa inevitabile. Certo, nei piani democratici c’è l’aumento delle aliquote fiscali sui grandi patrimoni al 28%, ma non è sufficiente. E poi, deputati e senatori dem hanno già abbassato la pretesa, proponendo alla controparte repubblicana un’aliquota al 26,5%, riducendo dunque il potenziale gettito e dunque la cassa con cui finanziare i piani.

Aumentare il tetto del debito, come ha più volte ammonito il segretario al Tesoro Janet Yellen, non è una scelta ma una necessità sia pratica, visto che senza nuovo debito si manda inevitabilmente in default parte del bilancio federale con conseguente blocco di alcuni servizi, sia politica perché senza altro spazio sui conti Biden non avrà i soldi per finanziare i propri piani, promessi in campagna elettorale. Insomma, niente debito, niente spesa pubblica e addio build back better. Il problema è che l’innalzamento della soglia federale va approvata dal Congresso. E i repubblicani continuano a fare muro contro la proposta democratica di alzare il tetto.

Non tanto alla Camera, dove i democratici possono contare su una presenza più nutrita. Ma al Senato, dove lo scarto con il partito dell’Elefantino è pressoché inesistente (50 senatori repubblicani contro 48 democratici e 2 indipendenti). Lo dimostra il fatto che lunedì scorso la Camera ha sì approvato la mozione per sospendere l’efficacia del tetto al debito, permettendone così lo sforamento. Al Senato però la musica non sarà la stessa, con i repubblicani che si oppongono a qualsiasi sforzo per aumentare il limite, anche per scaricare l’intera responsabilità dell’operazione sui democratici. In queste settimane il partito dell’elefantino ha silurato ben due tentativi democratici sul debito, anche a causa della mancanza dei voti indipendenti. Dunque, o i repubblicani cedono o sarà default.

Il segretario Yellen non ha certo nascosto il nervosismo, ricordando che se il Congresso non riesce a sospendere o aumentare il limite del debito prima della scadenza del 18 ottobre, il Paese rischia una paralisi che potrebbe fermare gli stipendi a milioni di dipendenti pubblici, mettendo a repentaglio il governo e facendo crollare i mercati finanziari. “È imperativo che il Congresso affronti il ​​limite del debito”, ha detto la Yellen. “L’America rischia di rimanere con risorse molto limitate che si esaurirebbero rapidamente. L’America fallirebbe per la prima volta nella storia”.
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