Il ministro dello Sviluppo interviene alla Camera e traccia una rotta per la siderurgia italiana. Giusto nazionalizzare l’Ilva, non sempre gli azionisti stranieri capiscono le esigenze dell’industria tricolore. Ma l’Europa deve battere un colpo, a cominciare dai dazi

Non sempre straniero è bello. Anzi, nel caso dell’acciaio spesso è sinonimo di problemi. Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo Economico ha marcato ancora una volta la linea, ribadendo un pensiero: troppe volte chi è venuto a investire in Italia non si è dimostrato capace di comprendere i meccanismi dell’industria nazionale. E allora è lo Stato italiano a doversi fare avanti.

Il caso dell’Ilva lo dimostra fin troppo bene. Azionisti in rotta di collisione con le istituzioni locali e centrali e che alla fine cedono il passo, allo Stato. La nazionalizzazione dell’impianto siderurgico più grande d’Europa, ad opera di Invitalia (100% Mef), è il risultato di tutto questo. L’Italia post pandemica deve poter però continuare a contare sulla produzione di acciaio, pubblico o privato che sia. E Giorgetti, ascoltato in audizione alla Camera ha dettato la linea. Con una premessa.

OCCHIO ALLO STRANIERO

“Il lavoro fin qui svolto dal Mise ha evidenziato che non sempre l’azionariato straniero, che spesso ha investito nel settore in una logica più finanziaria che industriale, si è rivelato all’altezza del processo di transizione in atto”, ha subito messo in chiaro il ministro leghista. Peccato, perché “l’acciaio, forse più di qualunque altro materiale esprime plasticamente l’immagine della industrializzazione; si tratta di una componente essenziale di larga parte dei processi produttivi, dall’automotive alla meccanica alle costruzioni”.

IL DOMANI DELL’ILVA

Il numero due della Lega ha poi spostato l’attenzione sul futuro dell’acciaio italiano. La road map è tracciata. Allo stato attuale, Invitalia detiene “una quota del 38% del capitale sociale cui, in virtù dell’emissione di azioni di categoria speciale, corrisponde il 50% dei diritti di voto in assemblea. L’accordo di investimento del (10 dicembre 2020, ndr), prevede che a seguito di un secondo aumento di capitale, Invitalia acquisisca il 60% del capitale”. E questo secondo aumento di capitale è previsto “alla scadenza del contratto d’affitto (maggio 2022, ndr) per l’acquisto dei rami di azienda di Ilva in amministrazione straordinaria”.

Ovviamente, tutto ruota intorno al piano industriale dell’Ilva nazionalizzata, dopo la diluizione di Arcelor Mittal. “Il nuovo board sta lavorando alla definizione di dettaglio del nuovo piano industriale con l’ambizioso obiettivo di accelerare per quanto possibile la transizione ecologica degli stabilimenti e al completamento degli investimenti ambientali, importanti interventi tecnici, l’elettrificazione di una quota rilevante della produzione di acciaio”.

SVEGLIATI, EUROPA!

Impossibile però pensare a un vero rilancio dell’acciaio italiano, anche per frenare lo strapotere cinese (la Cina è il primo produttore al mondo), senza un’Europa attenta e conscia delle esigenze delle industrie. Giorgetti non ci ha pensato due volte a tirare le orecchie a Bruxelles. La parola chiave è dazi. “L’Italia sostiene la politica dei dazi all’importazione in Europa di acciaio, tuttavia la misura andrà ridiscussa. Da quello che sappiamo, Cina e Usa hanno in animo di ricalibrare le politiche dei dazi e probabilmente anche l’Europa dovrà aggiornare i suoi strumenti”. Tradotto, l’Europa dovrebbe sospendere temporaneamente i dazi sull’acciaio importato per scongiurare le carenze ed evitare effetti dannosi sull’industria.

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