A margine del G20 di fine ottobre il delicato incontro: tra Washington e Ankara in ballo molteplici dossier, come Afghanistan, Iraq, Libia, che impatteranno non solo sui destini dei due Paesi ma su due quadranti strategici come quello euromediterraneo e quello asiatico. Il ruolo di Draghi e le incognite di Erdogan

Nel menù del G20 romano di fine ottobre ci sarà anche un bilaterale tra Biden e Erdoğan, su cui le diplomazie stanno lavorando pancia a terra. Sul tavolo le questioni che affliggono le relazioni tra Ankara e Washington come la difesa (S-400 e F-35), il dossier energetico (mire turche sul gas a Cipro e in Grecia), la geopolitica (Siria, Afghanistan, Libia). E’ di tutta evidenza che tra Washington e Ankara sono in ballo molteplici dossier, che impatteranno non solo sui destini dei due paesi ma su quelli di due quadranti assolutamente strategici come l’euromediterraneo e l’asiatico dove un peso lo avranno, la un lato, il potenziale ruolo di Mario Draghi e, dall’altro, due incognite.

DIFESA

L’acquisto da parte della Turchia del sistema di difesa missilistico russo S-400 è un problema che non è stato ancora superato, non fosse altro perché connesso alla partita degli F-35 e all’annuncio di Ankara di essere intenzionata a raddoppiare quella commessa. Se da un lato gli Usa confermerebbero, almeno ufficiosamente, le tesi sostenute da Biden al vertice Nato della scorsa primavera, di contro Erdoğan non sceglie il silenzio e ha dichiarato che la Turchia intende ancora acquistare un secondo lotto di S-400 dalla Russia, spingendo Washington così a emettere un avvertimento che una tale mossa genererebbe nuove sanzioni. Nel mezzo la campagna di rafforzamento condotta da Arene, che dopo 24 Rafale acquistati dalla Francia, ha scelto tre fregate Bellharra e tre corvette.

AFGHANISTAN

In Afghanistan l’attuale vuoto si traduce, per Washington, nella ricerca affannosa di nuove vie per mantenere aperto un certo accesso al paese. Sul punto la Turchia si è da subito candidata a fare da vettore primario, al netto di qualche difficoltà, suscitando più di un sopracciglio alzato a Mosca. Non va dimenticato che, prima dell’accelerazione imposta dai Talebani, Usa e Turchia stavano ragionando su come far gestire ad Ankara l’aeroporto internazionale di Kabul.

Ma se oltreoceano il tema è particolarmente sentito da un punto di vista geopolitico, in Turchia si traduce in altre tensioni tra il sistema erdoganiano e le opposizioni, in considerazione dell’afflusso di profughi che dopo quelli siriani rischierebbero di impattare ferocemente sul Bosforo, dove già il gradimento di Erdogan è in calo. Il presidente, però, sarebbe intenzionato a correre questo rischio, visto che assumerebbe nuovamente dinanzi all’Europa il ruolo di cuscinetto, pagato profumatamente da Bruxelles, così come accaduto in occasione dell’accordo per i siriani.

IRAQ

In Iraq è stato siglato un memorandum d’intesa (MoU) tra il Financial Crimes Investigation Board (MASAK) della Turchia e l’autorità locale per l’Antiriciclaggio e la lotta al finanziamento del terrorismo (AML/CFT). L’obiettivo, secondo il ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu, è di spezzare il legame tra terrorismo e Iraq, ma al contempo sottolineando che la Turchia non accetterà mai una presenza del PKK in Iraq.

Va ricordato che da sei mesi la Turchia è impegnata nell’Operazione Claw Lightning contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan, durante la quale non sono mancate svariate accuse tra cui l’uso di armi chimiche, una pulizia etnica contro i curdi (a cui sono stati distrutti interi villaggi), oltre alla distruzione del campo profughi di Makhmour amministrato dalle Nazioni Unite.

CIPRO

Una nuova dichiarazione al vetriolo parte da Ankara, accusando Grecia e Cipro di crescenti tensioni nel Mediterraneo orientale, che “minacceranno la pace e la stabilità”. L’occasione è data dall’attività della nave Nautical Geo, partita ieri nella ZEE cipriota per la posa del tracciato del gasdotto East Med in un’area della stessa ZEE di Cipro, quindi non in acque internazionali o turche. Secondo la Turchia “il motivo delle tensioni che abbiamo vissuto negli ultimi anni nel Mediterraneo orientale sono le rivendicazioni massimaliste di giurisdizione marittima della Grecia e dell’amministrazione greco-cipriota e le azioni unilaterali che ignorano i diritti e gli interessi del nostro Paese”.

Per cui il governo turco accusa l’amministrazione greco-cipriota di voler procedere ad una nuova perforazione nel sud dell’isola, così come il diritto internazionale le permette: “Tutte queste azioni unilaterali – recita la nota di Ankara – aumenteranno le tensioni e minacceranno la pace e la stabilità nel Mediterraneo orientale. Paesi terzi non dovrebbero essere uno strumento di queste azioni. Il nostro Paese continuerà a proteggere risolutamente sia i propri che i diritti della ‘TRNC’ (Repubblica autoproclamata di Cipro nord, ndr) nel Mediterraneo orientale.

SCENARI

Quattro settimane fa il premier italiano ha avuto una lunga conversazione telefonica con Erdoğan, affrontando nodi come la crisi afghana, le relative implicazioni a livello regionale, gli obiettivi del G20, il processo politico in Libia. Inoltre due settimane fa Draghi e Macron, in occasione del vertice Eumed9 ad Atene, hanno fatto il punto sulla crisi migratoria e sul dossier energetico: due aspetti che coinvolgono direttamente Ankara.

Ecco il possibile snodo su cui da mesi si stanno concentrando analisi e auspici: se da un lato l’azione del premier italiano, al netto della vacatio leaderistica tedesca, potrebbe coagulare un fronte ragionevole e pragmatico che affronti e risolva i dossier aperti, dall’altro andranno valutate con attenzione le reazioni di Erdogan che, come ha dimostrato in passato (Banca Centrale, Santa Sophia trasformata in moschea, provocazioni a Kastellorizo e a Cipro, flirt militare e nucleare con Mosca), spesso fanno riferimento più alla pancia che alla testa.

@FDepalo

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