Riunione di sei ore in Svizzera tra Sullivan e Yang. Il leader di Pechino non esce dal Paese (come dimostra l’assenza al G20 di Roma) e l’incontro si farà in videoconferenza. Segnali di impegno reciproco ma le minacce a Taipei e lo status della Cina di “Paese in via di sviluppo” dividono

Entro l’anno il presidente statunitense Joe Biden e l’omologo cinese Xi Jinping si incontreranno virtualmente – non sarà di persona, dunque, visto che il leader di Pechino, come conferma l’assenza al G20 di Roma, vuole evitare viaggi all’estero e contatti pubblici ancora per diversi mesi. Il summit è concordato dal consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Jake Sullivan e dal top diplomat Yang Jiechi nel corso di una lunga riunione, durata sei ore, a Zurigo, in Svizzera. Il vertice tra i due leader, dunque, non si terrà a Roma a margine del G20 di fine mese.

LA VERSIONE AMERICANA…

Come conferma la nota diffusa dalla Casa Bianca dopo l’incontro, il faccia a faccia “segue la telefonata del 9 settembre tra il presidente Biden e il presidente Xi, in cui i leader hanno discusso l’importanza di mantenere linee di comunicazione aperte per gestire responsabilmente la situazione di competizione tra gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese”. Ci sono “sfide transnazionali vitali” su cui i due Paesi “hanno interesse a lavorare insieme”, ha spiegato Sullivan. È il caso dei cambiamenti climatici con Pechino che rappresenta una delle incognite in vista della Cop26. Ma Washington ha anche ribadito la “preoccupazione” su diritti umani, Xinjiang, Hong Kong, Mar Cinese Meridionale e Taiwan. E ha confermato che la volontà di investire nella “nostra forza nazionale” e di “lavorare a stretto contatto con gli alleati e partner”.

… E QUELLA CINESE

L’agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua parla di incontro “costruttivo e utile per favorire una maggiore comprensione reciproca”. La linea di Pechino è ormai nota: se i due Paesi collaborano, il mondo ne beneficia; se sono in conflitto, il mondo ne soffre. Dunque, ha detto Yang apprezzando la volontà di Biden di non cercare una “nuova guerra fredda”, la Cina si rifiuta di definire le relazioni con gli Stati Uniti “competitive” e auspica una soluzione win-win. Sui temi di preoccupazione statunitense, però, il diplomatico ha risposto invitando al rispetto della sovranità cinese e a non interferire negli “affari interni”.

LA TELEFONATA DI SETTEMBRE

Il colloquio del 9 settembre tra i due presidenti doveva servire a superare le difficoltà dei primi mesi dell’amministrazione Biden, iniziati con una prima, complicata, telefonata di febbraio – avvenuta nelle stesse ore in cui il Pentagono annunciava la China Task Force guidata da Ely Ratner – e proseguiti con i fallimentari colloqui di marzo di Anchorage, in Alaska e la complessa visita di luglio a Tianjin di Wendy Sherman, numero due del dipartimento di Stato americano. Come raccontato su Formiche.net, la telefonata del mese scorso era servita più a individuare una strada per il rapporto futuro tra i due Paesi che ad affrontare le singole questioni. La speranza dei funzionari a Washington e a Pechino, scrivevamo, che il colloquio potesse favorire un miglioramento dei contatti sperando di allontanare le difficoltà dei mesi passati che spesso sono sembrate unire le tensioni tra i due Paesi con l’opportunità da parte dei funzionari di inviare messaggi alle rispettive popolazioni.

GLI ULTIMI SVILUPPI

Dopo quella telefonata si sono registrati alcuni sviluppi che sembrano confermare il ritorno al dialogo ad alto livello: funzionari del Pentagono e dell’Esercito di liberazione popolare hanno avuto colloqui – probabilmente su Taiwan e Indo-Pacifico; Katherine Tai, rappresentante al Commercio della Casa Bianca,  ha annunciato che inizierà colloqui diretti con la sua controparte cinese per fare pressione su Pechino circa il suo mancato rispetto degli aspetti del patto commerciale “fase uno” dell’era Trump. Inoltre, come rivelato da Politico, l’amministrazione Biden ha deciso di abbandonare la definizione trumpiana di “great power competition” e sostituirla con “strategic competition” per parlare del rapporto con la Cina per quanto riguarda tecnologia, commerciale e sicurezza. Basterà dopo il rafforzamento del Quad e l’intesa Aukus, che in un’intervista a Formiche.net Michito Tsuruoka, professore dell’Università Keio di Tokyo, ha definito rispettivamente “il poliziotto buono” e “il poliziotto cattivo”?

E ADESSO?

Si ricomincia a parlare di impegno da entrambe le parti. Ma rimangono due dossier scottanti. Il primo è inerente lo status della Cina come Paese in via di sviluppo, che secondo le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio significa più tempo per attuare gli accordi o specifiche deroghe a certi obblighi. Zhang Xiangchen, vicedirettore generale dell’Organizzazione e già viceministro cinese al Commercio, ha definito questo dibattito “ideologico” parlando con Politico. Lo stesso giornale ha raccolto la dichiarazione di Li Chenggang, che ha preso il posto di Zhang come ambasciatore cinese all’Organizzazione: “Non c’è dubbio che la Cina sia un Paese in via di sviluppo”, ha detto tentando di chiudere la discussione. Peter Martin, reporter di Bloomberg, ha scritto su Foreign Affairs che la Cina “si sta alienando il mondo”. Gli impegni economici e politici presi dalla Cina negli anni Novanta prima dell’ingresso dell’Organizzazione mondiale del commercio non sono stati mantenuti. Ora, sostiene Martin, Pechino riesce difficilmente a ricalibrarsi. Nelle prossime settimane vedremo se e come la mossa aperturista di Tai avrà effetti su questo tema.

LA BATTAGLIA ALLE NAZIONI UNITE

Il secondo riguarda Taiwan. “Ho parlato con Xi di Taiwan”, ha detto Biden nei giorni scorsi. “Siamo d’accordo. Ci atterremo all’accordo su Taiwan”. Ma quale accordo? Non è chiaro. Tanto che, dopo i tentativi cinesi di dipingere quelle dichiarazioni poco precise come riconoscimento della sovranità cinese su Formosa, è dovuto intervenire il segretario di Stato Antony Blinken: “Invitiamo caldamente Pechino a cessare la sua pressione militare, diplomatica ed economica e la coercizione diretta a Taiwan”, ha dichiarato promettendo che gli Stati Uniti continueranno “ad approfondire i legami con una Taiwan democratica”.

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