L’aumento della domanda post-pandemica ha spinto al rialzo i prezzi di carbone ed elettricità. Ma l’intervento del governo per raffreddare le tariffe ha reso decisamente poco profittevole per le imprese del settore estrarre e produrre energia. E il risultato è sotto gli occhi di tutti

Dal lockdown pandemico a quello energetico. La Cina è sempre più vicina al punto di non ritorno, con la ragionevole prospettiva di rimanere al freddo e al buio molto presto, senza considerare gli inevitabili impatti sul Pil. Si tratta della peggiore crisi elettrica che la Cina abbia affrontato nell’arco di in un decennio. Ma perché tutto questo? Il problema se lo sono posti innumerevoli osservatori, economisti ed esperti di energia. E anche la testata statunitense Foreign Policy, che ha dedicato un’analisi proprio alla crisi cinese.

“Il primo problema, quello principale, è che la Cina è ancora fortemente dipendente dal carbone, che fornisce il 70% della produzione di energia del Paese”, è la premessa. “I prezzi dell’elettricità sono regolati dal governo centrale, mentre i prezzi del carbone sono fissati sul mercato. Quando i prezzi del carbone aumentano, a meno che i regolatori non aumentino i prezzi dell’elettricità, non c’è ragione economica affinché le centrali a carbone continuino a fornire elettricità. Gli impianti possono quindi evitare di generare energia sostenendo di avere un malfunzionamento tecnico o non acquistando il carbone di cui hanno bisogno per funzionare”.

Attenzione però, perché le ragioni della crisi possono essere ricondotte anche a una serie di passi falsi dello stesso governo cinese nonché a interventi di mercato poco ponderati dopo l’inizio della pandemia. “La crisi”, spiegano gli esperti di Foreign Policy, “ha messo in rilievo la continua dipendenza della Cina dal carbone, anche se le sue quote di mercato nelle energie rinnovabili e nucleari hanno continuato ad aumentare. Ora, la ripresa della Cina dallo shock economico iniziale della pandemia si è basata eccessivamente sull’edilizia e sull’industria pesante, causando un aumento della domanda di carbone dell’11% nella prima metà del 2021. Questa tendenza a breve termine era in netto contrasto con le richieste di Pechino per un netto taglio alle emissioni e una politica energetica decisamente più verde”.

Dunque, “l’aumento della domanda ha spinto i regolatori cinesi ad azioni mirate per impedire un aumento dei prezzi del carbone, impedendo alle imprese estrattrici di aumentare il prezzo finale per i consumatori, a cominciare dalle imprese. Tutto questo ha spinto le centrali a ridurre gli acquisti di carbone, intaccando le scorte, che adesso si stanno esaurendo, iniziando a scendere al di sotto delle medie storiche secondo i dati di Wind Financial Terminal“.

Insomma, il problema è che l’intervento a gamba tesa del governo sui prezzi ha impattato con le logiche di libero mercato delle imprese. Una tempesta normativa che rischia di costare caro all’economia del Dragone, già messa a dura prova dalla drammatica crisi del settore immobiliare. E c’è anche un paradosso. Con le rinnovabili ancora relegate a comparsa nel novero delle fonti di energia in Cina, il carbone rimane ad oggi l’unica fonte certa e sicura. Ma l’ingombrante presenza del governo, soprattutto sul fronte dei prezzi, ha spinto le imprese dell’estrazione e della produzione a rallentare l’attività, perché non più conveniente.

Come ha osservato Gavin Thompson, esperto di materie prime nell’aria Asia-Pacifico presso Wood Mackenzie “la realtà di breve periodo però è che la Cina non ha altra scelta che aumentare il consumo di carbone per sostenere la domanda di energia”.

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